Amo Horizon, ma sembra diventato la cavia di lusso di PlayStation
"Non sa cos'è, sa solo quello che non è" semicit
Voglio bene a Horizon. Abbiamo iniziato la nostra relazione in modo particolare (e condiviso da molti, a quanto so), perché Horizon Zero Dawn lo cominciai e mollai, tornandoci solo anni dopo, in piena quarantena. Ma gli voglio bene.
A volte, però, ho il dubbio che non gli voglia troppo bene PlayStation, nonostante sia uno dei suoi franchise di punta: parliamo di una serie che, in fin dei conti, con le fondamenta poste in Horizon Zero Dawn (2017) e Horizon Forbidden West (2022) ha superato la soglia dei 40 milioni di copie.
Solo che a volte, a guardarla, sembra una di quelle cose belle ma ingombranti, che non sai bene dove mettere: la provi in un angolo, poi in un altro, pensi che sì, è bella, ma che non è che ti convinca del tutto. Forse non è lì che dovrebbe stare, forse è meglio provare in quell’altro angolo lì in fondo. Ecco, è così che mi immagino Sony con la saga di Guerrilla Games, in questo momento.
Capiamoci: il fatto di rimanere sempre sulla bocca di un grande publisher come PlayStation – dei cui Studios la stessa Guerrilla fa parte – significa che il franchise è rilevante ed è visto come strategico.
Ma la sensazione che passa, nel mare di declinazioni che Horizon ha già avuto in così pochi anni di vita, è anche quella che nemmeno il publisher stesso sappia bene quale sia il modo di rendere Horizon il più redditizio possibile. Così, eccolo prestarsi a diventare un po’ di tutto. Non c’è niente di male, se non fosse che questo finisce per diluire il prestigio del suo stesso nome.
Sono sei Horizon. Che faccio, lascio?
Horizon nasce come una serie action adventure post-apocalittica: la sua peculiarità è che la protagonista, Aloy (che vive un migliaio di anni nel futuro rispetto a noi) abita un mondo tornato a una condizione tribale. Si avverte che qualcosa di terribile è successo e lo si capisce anche di più quando ci si accorge che quasi tutti gli animali sono stati sostituiti da enormi robot – a volte benevoli, a volte no – che gli somigliano.
Nel corso di Zero Dawn e Forbidden West, che sono i primi due episodi di quella che è stata costruita come una trilogia, ci troviamo così a capire di più su cosa lega il nostro mondo e quello di Aloy (che sì, si trova sempre sulla nostra Terra) e a scoprire le caratteristiche delle meccaniche e delle tribù che lo popolano. Il combattimento, ovviamente presente, è incentrato sul comprendere come avere la meglio sui robot, a colpi di arco ed eventualmente lancia.
Che piaccia o non piaccia questo tipo di impostazione, insomma, l’identità di Horizon è tratteggiata in modo molto definito. E non a caso Aloy è diventata un’icona di PlayStation in poco tempo, affiancandosi a personaggi come Kratos (God of War), o Joel ed Ellie (The Last of Us).
La sua riconoscibilità ha portato Horizon a divenire una specie di prezzemolino di PlayStation. Al di là dell’ospitata in Fortnite, dove praticamente è passata qualsiasi superstar videoludica, abbiamo avuto il coloratissimo spin-off LEGO Horizon Adventures, un’avventura che racconta a mattoncini e senza prendersi troppo sul serio le scorribande di Aloy e dei suoi amici.
Nel frattempo, mentre Sony lanciava PlayStation VR 2 con un trasporto che faceva sembrare che glielo avesse prescritto il medico, le serviva ovviamente una “killer application” per spingere il visore VR: una sua IP che potesse avvicinare i suoi affezionati.
Chi poteva prestarsi al compito? Puoi mettere in ballo punte di diamante come The Last of Us per farti girare in prima persona nel mondo infetto, o God of War per farti esplorare i ghiacci con Kratos in VR? No. Sacrifichiamo – perché di sacrificio si tratta – Horizon. Ecco, diciamo pure che “su PS VR 2 c’è un nuovo Horizon”: mettendo in ballo un nome così, in fin dei conti, le persone avrebbero dovuto dedurre che Sony non la stava prendendo alla leggera, con il suo ritorno alla realtà virtuale.

Purtroppo, però, la compagnia ha scelto una strategia con la VR davvero difficile da spiegare, al punto che anche negli State of Play praticamente è un miracolo se si parla di qualche gioco dedicato a PS VR 2.
In pratica, il pure interessante Horizon Call of the Mountain è stato uno sforzo non solo vano, ma anche una diluizione inutile del franchise. Un altro tassello che dà quella sensazione che, vabbè, anche se associamo il nome della saga a qualcosa che non ha funzionato, non è che stiamo sacrificando chissà che cosa. Lo spostamento da quell’angolo a quell’altro a cui accennavo in apertura, giusto per vedere se sta meglio di là.
Intanto, Horizon 3 – il seguito di Forbidden West – latita. La saga non è famosa per la sua fortuna: Zero Dawn è uscito a ridosso di The Legend of Zelda: Breath of the Wild, Forbidden West si è addossato a Elden Ring. E il nuovo gioco andrà messo insieme anche trovando un sostituto valido per l’irraggiungibile Lance Reddick, che era una delle anime più riconoscibili della saga.
Comunque, il fatto che latiti non lo dico io, lo dice Jason Schreier di Bloomberg – uno dei giornalisti meglio informati sui dietro le quinte dell’industria: quando gli è stato chiesto se la chiusura della trilogia di Aloy sia ancora lontana anni, Schreier a inizio 2026 ha semplicemente confermato di sì.
Nel frattempo, però, è arrivato l’annuncio di Horizon: Steel Frontiers, un MMO con licenza ufficiale curato da NCSOFT, che ha lo scopo di farci vivere il mondo di Horizon e le sue tribù. E, solo pochi giorni fa, è arrivato quello di Horizon Hunters Gathering, che invece è curato direttamente da Guerrilla Games. E proprio questo è quello che mi ha fatto riflettere di più.
Il nome passepartout
L’annuncio di Hunters Gathering è sembrato un tiro al bersaglio. Ma lo sapeva anche Sony: non annunci un gioco per cui ti aspetti risposte positive, o in cui credi anche solamente un po’, con un post buttato fuori come se niente fosse su PlayStation Blog. Anche a leggerlo, mi è suonato quasi come un «ah, sì, stiamo facendo un cooperativo online di Horizon, ma niente di serio».
Le reazioni non sono tardate ad arrivare e sono state non proprio entusiasmanti. Posso dirvi, tramite apposito plugin, che il trailer di annuncio, con quasi 600mila visualizzazioni, ha 18mila like e 66mila dislike. Più che altro, perché il gioco già da questo video ha un problemino: non ha la più pallida idea di chi sia il pubblico a cui vuole rivolgersi. Cerca di fare una pesca a strascico tra giocatori diversissimi col rischio di non convincere pienamente nessuno.
Banalmente, c’è poco (se non pochissimo) qui per chi ama la serie single-player di Horizon. Posso parlare per me, ma so che è simile per molti altri anche solo vedendo i commenti sotto il video, ma non mi interessa minimamente giocare un cooperativo Dauntless-like, peraltro con la palette presa in prestito da Fortnite. E sono una che è tornata ai LEGO dopo decenni per comprarsi il Collolungo, una che si compra gli artbook di Horizon. Voglio davvero bene a Horizon, come vi dicevo. Forse proprio per questo non capisco cosa dovrebbe intrigarmi in Hunters Gathering.
Ma non lo capisce neanche Sony: se lo capisse, lo avrebbe annunciato a pieni polmoni, data anche la sua capillarità comunicativa, e non con quell’annuncio così timido. La lezione di Concord brucia ancora, immagino. O quantomeno lo spero.
Tra la personalità inesistente mostrata – mentre proprio la personalità, la riconoscibilità, sono l’anima della serie Horizon – e questa timidezza per cui sembra non crederci nemmeno Sony, Hunters Gathering è praticamente rimasto incastrato nella transizione post-Jim Ryan. Quella che ha funestato la generazione pensando che creare i propri live service sarebbe stato la strategia vincente, parlando a uno zoccolo duro che però è invece mosso dai grandi single-player.
Chi ama i live service non è necessariamente sovrapponibile ai fan delle tue grandi IP: sono in entrambi i casi persone che hanno una PS5, ma i primi amano i single-player narrativi, i secondi hanno già i loro live service di fiducia. Non devi solo fare un bel gioco, per conquistarli nel lungo corso, ma devi farne uno così bello da convincerli a dedicargli il tempo che invece spendono da anni su altri titoli. Ho francamente dubbi che possa essere questo il caso.
PlayStation se n’è resa conto solo dopo aver acquisito Bungie per guidare i suoi team nella costruzione di live service che, nella maggior parte dei casi, sono stati cancellati ancora prima di uscire. Se sono usciti, sono diventati il paradigma di come non fare qualcosa: pensate al povero Concord e alla convinzione con cui si provava a ribadire che avrebbe avuto successo. E poi, in quest’età di mezzo, invece c’è Horizon Hunters Gathering.
A The Last of Us non viene concesso di uscire con un progetto multiplayer che “annacqui” l’IP, nota per i suoi risultati eccellenti anche in termini di critica, ma a Horizon forse sì. Continuo a sperare che non sia questo il caso, ma ho addosso la sensazione che, se da un lato è vero che si saranno quantomeno detti, rispetto ad altri progetti, che “questo può andare, facciamolo uscire”, dall’altro lo è anche che Horizon sembra di nuovo l’agnello sacrificale, la cavia.
Il nome passepartout da spendere quando una tua IP rischia di mettere un piede in fallo, per vedere se si crea un precedente positivo oppure no. Se si crea, tanto meglio. Se non si crea… beh, pazienza per Horizon. E per Guerrilla. E per i fan storici del franchise, in caso. Si saranno detti “può andare” perché davvero è più a fuoco di quelli cancellati? O perché, trattandosi di Horizon, se dobbiamo mettere un piede nell’acqua per vedere se quelli lì sono proprio piranha, allora mettiamoci il suo?

Quando hai diverse uscite e quelle dimenticabili iniziano a superare in numero quelle che sono invece il cuore di ciò che una serie rappresenta, devi trovare il modo di tenere in ordine le cose. Horizon non è un capolavoro in nessuna delle sue uscite, non esiste nell’industria un prima o un dopo Horizon – e lo dico pur volendogli bene. Ma è una saga bella, con alcune grandi idee. Piena di personalità, che dovrebbe andare fiera delle sue unicità.
Vederla smorzare quella stessa personalità, per inseguire trend vari ed eventuali – e quindi votandosi all’appiattimento per diventare più universale –, non sono sicura che possa fare bene a Horizon. E nemmeno al successo di ciò che rimane della strategia live service di PlayStation. Lo ha capito anche Remedy con FBC: Firebreak: vogliamo bene a Control. Ma no, non siamo il pubblico che gioca un live service nel mondo di Control, neanche se la tua firma di solito è garanzia di qualità.
Il nome di God of War verrebbe speso da PlayStation nello stesso modo in cui viene (ab)usato quello di Horizon? Quello di The Last of Us? Penso di sapere la risposta. Continuo a sperare che Hunters Gathering possa magari essere una bella sorpresa – ma ci credo tra il poco e il pochissimo.
E continuo a sperare che il franchise di Guerrilla Games, che rispetto agli altri due quantomeno è più giovane, possa tornare a concentrarsi più sulla qualità che la quantità.
Che possa tornare a fuoco e a scoccare le sue frecce non un po’ a casaccio, ma per fare centro sul serio. Proprio come farebbe Aloy.
NarraTahva è una newsletter senza periodicità, in cui mi occupo di narrazione nei videogiochi, di game culture e di games industry.
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