Che guaio, essere ancora Squall
Il protagonista di Final Fantasy VIII racconta l'atto eroico del volersi abbastanza bene da voler bene agli altri – e mettere un pezzettino di sé nelle loro mani.
Certo che è un guaio. Quando, all’alba dei trentacinque anni, ti domandano per curiosità se c’è qualche personaggio dei videogiochi in cui ti rivedi – perché con i videogiochi ci lavori da quasi vent’anni e, insomma, qualcosa ti avranno lasciato, o no? – e a te viene sempre subito in mente Squall Leonhart di Final Fantasy VIII, non è che a livello di maturità emotiva ti stai facendo un complimento.
Anche perché viene da un Final Fantasy che, tra i tanti, pur avendo lavorato di fino per creare personaggi che potessero colpire l’immaginario dei giovani videogiocatori, non si faceva notare proprio per la coesione della sua scrittura.
Senza fare spoiler a chi non ci avesse giocato in questi venticinque anni, dopo un attacco più o meno sensato, Final Fantasy VIII iniziava a partire per la tangente superata una certa fase delle vicende, al punto che tutt’oggi ci sono appassionati che teorizzano online su questo o quel colpo di scena.
Spesso, il fatto che dopo così tanto tempo ci sia ancora da dibattere è indice di una buona scrittura, di diverse chiavi interpretative. Nel caso di FFVIII, temo sia ulteriore indicazione del calderone in cui gli autori gettarono temi sfilacciati difficili da rimettere insieme per dargli senso compiuto. «Così rimane il mistero», si saranno detti, «non serve abbia davvero senso, basta solo che la gente si convinca che ce ne sia uno e si impegneranno per trovarcelo».
Quello che però non si sfilacciava, per una persona introversa come la sottoscritta, era quanto fosse ben stratificata la caratterizzazione di Squall. Che poi era il protagonista di questo romanzo cavalleresco a tinte moderne.
(Sto pensando, non parlando)
Squall non ha nessuna voglia di essere l’eroe di questa storia. A diciassette anni, frequenta una scuola militare (il Garden di Balamb) che addestra i SeeD, dei giovani mercenari che possono essere ingaggiati da chicchessia e il cui fine ultimo sarebbe quello di tenere il mondo al sicuro da alcune… minacce magiche, diciamo così.
In questo, Final Fantasy VIII si vestiva a suo modo da teen drama: il protagonista è lo studente di una scuola da sogno, moderna e attrezzatissima, dove però non ti insegnano (solo) a stare sui libri, ma come combattere, come invocare potenti creature conosciute come Guardian Force per eliminare i tuoi nemici e come lanciare incantesimi di cura e offesa. In pratica, ti insegnano a essere un soldato affinché possano vendere il prodotto – un soldato ben addestrato e professionista – nel sempreverde mercato della guerra.
Nonostante questo risvolto inquietante, quella del Garden è però a tutti gli effetti una scuola piena di ragazzini tra i quindici e i vent’anni. Una scuola che, tra un festival musicale, le partite a carte ai tavolini della mensa e le corse con gli hoverboard, come esame finale ti spedisce tra i soldati di Dollet mentre cercano di rimbalzare il potente esercito di Galbadia. Quel tipo di scuola professionalizzante lì, insomma.
Squall in questo contesto ci sta bene. A combattere è bravo. Quello con cui non è bravo è stare con le persone. Ma è ancora meno bravo con i sentimenti. Con i suoi va peggio che mai. Al Garden lo conoscono come il belloccio taciturno forte nel combattimento con il Gunblade – una spada mescolata a un fucile.
E dal momento che il nostro protagonista non parla tanto, e già non parlava tanto nemmeno Cloud prima di lui, Final Fantasy VIII adottò una strategia narrativa perfetta per Squall, cucita ottimamente sulle sue contraddizioni.
Tra le battute che animano i dialoghi del gioco, ci sono anche i pensieri di Squall. Sono riportati (tra parentesi e con un riquadro trasparente), per farci capire quando Squall sta parlando e quando invece sta pensando. E la differenza tra le due fasi è spesso abbagliante.
Squall pensa tantissimo e parla pochissimo: pensa per minuti interi, una battuta dopo l’altra, e poi dice solo «ok, andiamo». Rinoa, una delle ragazze che si uniranno al suo gruppo durante il viaggio, se ne accorge e chi scherza su, lo imita mentre è perso nei suoi pensieri. Squall pensa un milione di cose che non lascia mai uscire. L’immagine esteriore che trasmette e quello che gli galoppa dentro sono cose lontanissime: la sua aurea eroica che in molti ammirano in realtà esiste nonostante se stesso e non grazie a se stesso.
Agli occhi di chi gioca, viene evidenziato fin dai primi minuti: quando, nel prologo, la giovane insegnante Quistis ammette di provare un interesse per Squall, i suoi pensieri sono infastiditi – e, in quel caso, anche le parole.
Il nostro protagonista la respinge in malomodo perché ha le capacità sociali di un elefante in cristalleria, perché dopo una giornata in compagnia, esami, feste e festini, di sentire la lagna di chi crede che l’amore romantico non sia solo lo stesso tipo di desiderio ossessivo che ti viene per un oggetto finché non te lo compri, anche no.
Non sa come stare con gli altri e quindi si fabbrica giustificazioni, spiegazioni razionali, traccia linee drittissime per sillogismi cerebrali che vanno da ogni punto A a ogni punto B, diagrammi e certezze che lo allontanino dall’ammettere di avere paura. Mi viene da sorridere a mezza bocca all’idea, penso a quella volta in cui una psicoterapeuta mentre chiacchieravamo ridacchiò e mi disse «sei la persona più cerebrale che abbia mai conosciuto».
Squall non sa come stare con gli altri e quindi si fabbrica giustificazioni, spiegazioni razionali, traccia linee drittissime per sillogismi cerebrali che vanno da ogni punto A a ogni punto B, diagrammi e certezze che lo allontanino dall’ammettere di avere paura.
Una sequenza molto interessante relativa a come Squall viene dipinto attraverso i suoi pensieri è una in cui, in una fase più avanzata del gioco in cui ha sulle spalle molte responsabilità, lo vediamo steso nel letto della sua stanza.
Le persone ora lo chiamano “comandante” e si aspettano che sappia sempre cosa fare, che prenda la decisione giusta non solo per sé, ma per tutto il Garden. Lui che – ok, con le basi sono bravo, ma qua mi state chiedendo di decidere per tutti. Che fosse per me con questi “tutti” quando mai ci avrei parlato?
Così, steso nel suo letto, Squall si gira e si rigira. E i suoi pensieri fluiscono sullo schermo. Si dice che non sa quale sia la cosa giusta da fare. Che non sa cosa gli altri si aspettino da lui, che probabilmente non ce la farà ed è tutto sbagliato.
Il giorno dopo si alza e dà indicazione ai suoi compagni di fare questo e quello, come un comandante impeccabile e col polso della situazione. Della sua notte in bianco angustiata dai dubbi lo sappiamo solo noi – Squall Leonhart in persona e i giocatori che lo sbirciavano al di qua dello schermo.
Porta chiusa
Il lato interessante del poter essere testimoni dei pensieri di Squall è vedere come, pur vivendo con la porta perennemente chiusa, in realtà si preoccupi profondamente del destino di chi ha accanto.
Da bambino, Squall ha subito un trauma. Finito in orfanotrofio, ha scoperto la solitudine per motivi che non starò ad elencare qui. E, non sapendo come uscirne, ha provato ad adattarsi ad abitarla. Se non posso andarmene da questa vita, allora me l’arredo – direbbe qualcuno.
Non sapendo come uscire dalla sua solitudine, Squall si adatta e prova ad abitarla. Arredando la sua solitudine, però, si chiude in se stesso.
Arredando la sua solitudine, Squall si chiude in se stesso. E non riuscendo a dire addio ai legami che si sono interrotti e lo hanno fatto trovare da solo, decide di interromperli del tutto, i potenziali legami. Nessuno può lasciarti solo se non lo lasci entrare nella tua vita, e dopotutto le altre persone hanno su di noi tanto potere quanto noi gliene concediamo.
Squall ha messo il naso fuori dalla finestra da bambino e ha preso un cazzotto sul naso. Ha chiuso la veneziana, si è barricato dentro e si è detto che allora andava bene così, per forza. La casa è tutto se stesso e il naso fa ancora male.
Questo protagonista, spesso definito anche poco piacevole da molti proprio per via della sua superficiale freddezza, ha solo paura di affacciarsi dalla sua finestra – di rimanere di nuovo da solo.
Se, come me, siete stati contagiati dalla sindrome della signora dei piccioni di Mamma ho riperso l’aereo («Se non usa il suo cuore per paura di farsi male, finirà come con i miei pattini: quando li ho cercati per indossarli non mi andavano più», le diceva Kevin), Squall vi apparirà davanti agli occhi come un personaggio dalle vulnerabilità stratificata e tangibile.
Non ha solo paura di non riuscire a salvare il mondo, di non essere un bravo comandante. Ha paura di voler bene alle persone perché non può sapere se e quando queste usciranno dalla sua vita. E dal momento che, se si affacciasse dalla finestra, non saprebbe dire quanto rischierebbe di affezionarsi a qualcun altro, allora la finestra va tenuta chiusa e basta.
Gli altri vedono freddezza e distacco, ma dietro gli occhi algidi di Squall c’è un cuore di cristallo. Ché non basta chiamarti cuore di leone e avere come tema musicale una canzone che dice “Maybe I’m a Lion” per esserlo davvero.
Poi, il cuore di leone Squall ce l’ha davvero. Non perché guida i suoi nelle battaglie che li attendono: ma perché affronta se stesso scostando la veneziana per fare entrare qualche piccolo raggio di luce dall’esterno, sbirciare fuori e vedere chi c’è. Senza nemmeno volerlo davvero: per certe cose, a volte, basta solo essere vivo anche se ti ripetevi di poterne fare a meno.
È terrificante, molto più terrificante delle bombe che scoppiavano a Dollet. Però alla fine, senza nemmeno accorgersene, Squall lo fa. La finestra è ancora chiusa, ma magari piano piano si apre?
(Questi mi chiamano comandante.
E io invece sono terrorizzato all’idea di voler bene.
Altro che ciondolo da leone appeso al collo…)
E invece lo fa. Con paura, provando a opporre resistenza, ma lo fa. È un disastro, non sa comunicare i suoi sentimenti, è troppo pragmatico, troppo schietto, troppo realista, eppure lo fa. Voler bene, un tuffo nell’irrazionalità più pura, un salto della fede che mette un pezzettino di te in mano agli altri, alla fine lo fa.
È il suo atto eroico più faticoso raccontato da Final Fantasy VIII.
«C’è qualche personaggio dei videogiochi in cui ti rivedi?».
Sì che c’è. Ed è sempre lo stesso.






Analisi accuratissima di un personaggio tanto profondo quanto (apparentemente) enigmatico. E' un personaggio scritto benissimo, di sicuro uno degli elementi di spicco dell'ottava fantasia finale.
Chi, durante questi lunghi anni dall'uscita del titolo, ha definito Squall sgradevole o poco riuscito, non ha effettivamente colto le sue sfaccettature, la sua vulnerabilità, le sue paure. E purtroppo ciò accade anche nella vita di tutti i giorni: spesso, ci si imbatte in persone che stanno affrontando i propri demoni interiori di nascosto. E anziché cercare di approfondire e fare breccia nei muri eretti per tenere fuori il dolore (e non di rado, le persone), la maggior parte di noi preferisce liquidare il soggetto e tenerlo a distanza.
Eppure, a volte, basterebbe un gesto o una piccola insistenza, una spontanea dimostrazione di genuino interesse, per trasmettere un semplice messaggio che potrebbe cambiare la vita di quella persona: non sei solo/a, io sono qui, anche se magari non so cosa ti succede. E quando vorrai riaffacciarti da quella finestra, "io sarò qui. Ti aspetterò qui. Se verrai, mi troverai. Lo prometto".