È più potente come lo racconti, di cosa farai succedere
Un paio di letture recenti mi hanno ricordato che molta della magia di una storia si nasconde in come passi dalla fabula all'intreccio.
Quando finii di giocare a Beyond: Due Anime, un bel po’ di anni fa, posai il controller e alzai le spalle. «Sul serio?» mi domandai tra me, anche se in realtà avrei voluto chiederlo a Quantic Dream. È il più lampante esempio videoludico che mi viene in mente di cosa accade se fai un disastro nel passare da fabula a intreccio.
Sono parole che probabilmente avete sentito citare fin dalle scuole elementari: la fabula sono gli eventi che succedono, nell’ordine in cui succedono. L’intreccio rappresenta invece l’ordine in cui quei fatti vengono esposti e narrati dall’autore, in funzione della sua storia.
Le due cose possono coincidere, ma non sempre: basta anche solo un prologo che anticipa qualcosa che succederà più avanti, con il capitolo 1 che poi invece torna indietro, per rendere fabula e intreccio non più sovrapponibili.
In Beyond, ricordo, la sensazione forte fu quella di aver giocato al quaderno degli appunti degli sceneggiatori: le sequenze che portavano ai vari momenti della vita della protagonista sembravano esposte così come erano venute in mente, appuntate su un blocco note, e messe in scena.
C’era un’esigenza ludica, certo: giocare consecutivamente tutte le sequenze con lei bambina, poi con lei nell’esercito e così via avrebbe costretto il gameplay a funzionare per “blocchi narrativi” basati sull’età del personaggio.
Nel tentativo di avere un’altalena di meccaniche che dessero ritmo al gameplay – in questo capitolo sei bambina, ora adolescente, nel prossimo ancora sei una soldatessa, nel prossimo vivi sulla strada – a rimetterci è stata proprio la storia. Il che è grottesco, per un gioco così fortemente story-driven, che senza una bella narrazione non ha motivo di esistere.
Ma non dico niente di nuovo, lo sa anche Quantic Dream: se così non fosse, nella re-release di Beyond non avrebbe introdotto la possibilità di giocare i capitoli anche in ordine cronologico. In quel caso, scrittura e necessità di interazione si sono semplicemente fatte del male a vicenda, in una storia che già di per sé non aveva le stigmate del capolavoro.
In Beyond: Due Anime, scrittura e necessità di gameplay si sono fatte del male a vicenda.
E se anche dietro a Beyond ci fosse stata l’idea per una grandiosa storia, il punto è che raccontarla in un modo che non le rende merito la depotenzierà. Meglio avere un’idea lineare e raccontarla in modo non lineare, che partire per voli pindarici a cui nemmeno l’autore starà dietro.
Non tanto cosa, ma come
Mi perdonerà, Beyond, se lo eleggo da sempre a esempio chiave di come si può fare del male a una storia nel passaggio da fabula a intreccio. Se avete dato uno sguardo a questo video su Secondo Tahva, sapete che non sono nuova a evidenziare alcuni “problemini” nella (difficile) costruzione narrativa dei giochi di Quantic Dream.
Da qualche settimana è uscito il mio ultimo romanzo, Aftermath, e una cosa che è stata davvero difficile è stata capire che premessa dargli: in che modo, nell’intreccio, i lettori avrebbero incontrato qui la mia protagonista. È uno scoglio che mi ha fatto cestinare un po’ di bozze diverse, doveva rispondere alla domanda “dove siamo e cosa sta succedendo?” e, contemporaneamente, trascinare i lettori dentro il libro.
Ogni volta che mi misuro in prima persona con questa difficoltà, amo vedere cosa posso imparare da come raccontano gli altri. E considerando che in questo 2023 mi sono imposta – con sommo piacere – ritrovare il tempo di leggere tanto, a qualsiasi costo, c’è una consapevolezza che mi è balenata in testa: non è tanto l’idea della storia che vuoi raccontare, ma è come la racconti. Che è la questione a cui accennavo in merito a Beyond: Due Anime.
Intrecci
Un po’ di settimane fa ho finito di leggere Weyward (Fazi Editore, 2023), di Emilia Hart. Non farò spoiler di nessun tipo, parlo solo di stile: nella vicende raccontata dall’esordiente autrice anglo-australiana non ci sono fuochi d’artificio. Quello che continua a farti girare le pagine, per vedere come va a finire, è come quelle vicende si incastrano tra loro.
Abbiamo tre protagoniste, in tre epoche storiche differenti. E via via che l’episodio della loro vita che viene raccontato per ciascuna – perché di questo si tratta: di un episodio segnante e di svolta, per ciascuna di loro – il lettore rimane attento perché vuole vedere se e come queste storie si intrecceranno.
Un po’ come nello stile di George R. R. Martin in Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, a ogni protagonista sono dedicati diversi capitoli che portano il suo nome e che si alternano. Hart, però, ha incarnato la scelta fatta per il passaggio da fabula a intreccio perfino nello stile: i capitoli di Altha, ambientati nel 1619, sono raccontati al passato e in soggettiva.
I capitoli di Kate, ambientati nel 2019, sono in terza persona e al presente. Infine, i capitoli che ci svelano la storia di Violet, nel 1942, sono in terza persona e al passato. Le differenze sono mantenute sia in inglese (lingua originale dell’opera) che nell’ottima traduzione in italiano di Enrica Budetta per Fazi.
Weyward decide di raccontare la storia di tre protagoniste, in tre epoche differenti, adattando a ciascuna anche delle differenze nello stile di scrittura.
In questo modo, lo stile di scrittura ha un che di diacronico, esprime la distanza del lettore dai tempi narrati: di Kate, così vicina a noi, scopriamo tutto mentre ci viene raccontato al presente.
Se dovessi mettere in un elenco puntato quello che succede alle tre protagoniste, sarebbe un elenco piuttosto striminzito: la fabula, come dicevo, non ha fuochi d’artificio. È in come si è compiuto il passaggio all’intreccio, invece, che il lettore rimane legato al libro, finché non arriva al termine della storia.
Per fare un altro esempio, da pochi giorni ho finito di leggere L’Educazione delle farfalle (Longanesi, 2023) di Donato Carrisi. Ho una grave mancanza su questo autore – e con “grave” intendo che questa è la prima volta che ho letto un suo romanzo – quindi non posso esprimere una visione d’insieme sui suoi lavori. Anche in questo caso, però, a colpirmi è stata l’intelligenza del come, non il cosa.

Al di là di alcune scelte narrative che non ho apprezzato e non discuterò qui per non fare spoiler, anche la vicenda di Serena ne L’Educazione delle farfalle rispetta il canone del non-bisogno di over-complicare le cose: non serve che alla fine delle bricioline di pane ci sia chissà che cosa, il punto è dove il lettore le trova disseminate, queste bricioline di pane.
E così, se anche la vicenda di L’Educazione delle Farfalle, ridotta ai minimi termini, si potrebbe riassumere in un elenco puntato piuttosto rapido (con qualche filo slegato, ma come dicevo sarebbe spoiler approfondire qui, ndr), lo è anche che il lettore è spinto a continuare a leggere dai balzi che lo scrittore sapientemente compie, dalle inversioni, dai salti temporali sparsi qua e là, da accelerazioni e frenate improvvise su quanto nel dettaglio ci viene permesso o no di entrare nella vita della protagonista.
Questo, se possibile, aumenta anche il senso di vicinanza ed empatia (complicato, in questo romanzo) con chi è al centro della storia: il tuo protagonista magari è una persona comune a cui succede qualcosa di straordinario (nel senso più puro del termine), non serve aggiungere complicazioni su complicazioni per arricchire la storia, per attorcigliarla, per lasciare tanti punti di domanda che incuriosiscano il lettore, rischiando magari di renderla perfino inverosimile – tanti sono i fattori entrati nella vicenda.
Serve solo strutturare bene quei dubbi. Pensare a dove lasciare le bricioline di pane, appunto. Che poi è un po’ quella, la differenza tra riportare e narrare: non devi solo far leggere (giocare) una storia, devi farla vivere.
Fa tutta la differenza del mondo.





Ciao. Da questo punto di vista ti consiglio di leggere A little life di Hanya Yanagihara (intitolato in italiano "Una vita come tante", ma a me non piace il titolo scelto). Si svolge proprio in questo modo, con continui rimandi tra il presente e il passato e - piccolo spoiler ma non troppo - anche il futuro, per sviluppare l'intreccio e svelare la storia. E all'interno dello stesso romanzo cambia anche il modo temporale utilizzato per raccontare. Al di là di tutto, consigliatissimo per la storia e la ricchezza della trattazione.