Finalmente PlayStation si è ricordata di essere giapponese
Dopo l'ossessione per l'occidentalizzazione di questi anni, PlayStation sta pian piano riabbracciando la sua giapponesità, come visto nello State of Play dell'11 novembre. Ed è una buona notizia.
Mentre guardavo lo State of Play, l’11 novembre scorso, c’era un pensiero che mi cullava: ho pensato, assurdamente, che per qualche motivo mi sembrava un Nintendo Direct.
L’ho pensato perché era tutto così marcatamente e volutamente giapponese: lo studio, la conduzione, l’atmosfera, la lingua principale dello stream, perfino i nomi dei giochi e alcuni degli annunci che sono stati fatti. Ogni cosa era giappo-centrica.
Si tratta di una cosa che Nintendo di solito fa: propone sempre streaming del Direct con sottotitoli nella nostra lingua, ma moltissimi dei presenti parlano in giapponese, esibiscono la reverenziale etichetta giapponese e creano videogiochi riconoscibilmente giapponesi (cosa che personalmente amo, ma questo è un altro discorso).
In PlayStation questo aspetto è diventato via via sempre meno vero. Almeno fino a questo State of Play. Che, capiamoci, è stato tutt’altro che memorabile in termini di grandi annunci: in fin dei conti, aveva detto fin da subito che si sarebbe concentrato sulle proposte dal mercato giapponese.
Ma che, allo stesso tempo, ha dato indicazioni molto interessanti sul processo che PlayStation sta vivendo.
A cinque anni dal lancio di PS5, che pure vive una generazione di giochi che sembra quasi che debbano ancora iniziare a farsi sentire, mentre si rumoreggia di PS6, PlayStation guarda al mercato di casa e a ciò che la rese unica quando divenne sineddoche del videogioco per molti appassionati.
E lo fa dopo un’epoca di occidentalizzazione, o per meglio dire di americanizzazione, che era diventata quasi ossessiva.
Siete ancora una compagnia giapponese?
Avete mai dato un’occhiata alla storia di PlayStation? Non parlo semplicemente dei suoi giochi di maggior successo, ma anche dei suoi nomi chiave.
Se non siete videogiocatori giovanissimi, sicuramente desterò in voi qualcosa se citerò Ken Kutaragi e Kaz Hirai, due tra le personalità chiave che hanno reso PlayStation ciò che conosciamo oggi.
Eppure, da quelle direzioni e da quei dirigenti, con gli anni PlayStation si è allontanata molto. Se nel 1993 aveva dato vita alla divisione Sony Computer Entertainment Inc. dandole sede a Tokyo, in vista del lancio della prima console, possiamo riassumere tutto con il fatto che, nel 2016, ha invece deciso di porre il quartier generale della nuova Sony Interactive Entertainment negli Stati Uniti.
Un modo di decentralizzarsi in favore dell’occidente, come a volersi globalizzare per provare a dominare il mercato, a costo di respingere anche le radici da cui era germogliato il successo.

Non intendo che non si può avere il successo piazzandosi negli Stati Uniti: intendo che, chiaramente, il tentativo di piacere a tutto il mondo può portarti a essere identico a tanti altri. A farti perdere tratti distintivi, personalità, ingegni, unicità. Giocando fuori casa, puoi perfino finire a seguire i modelli anziché a crearli.
Per diventare più globale, PlayStation lo ha fatto. Ha scelto di passare negli anni dai Kaz Hirai ai Jim Ryan. Fino al breve interregno recente tra i CEO Hiroki Totoki e Hermen Hulst, che hanno entrambi passato il testimone a Hideaki Nishino. Solo da giugno 2024, si è tornati a parlare giapponese a partire dalla testa.
Sembra un dettaglio di poco conto, ma anche questo non lo è: tornare a pensare in giapponese, oltre a renderti più vicino a un mercato di casa dove subisci lo stradominio di Nintendo (ne parleremo tra un attimo) ti permette anche di trovare idee diverse. O, quantomeno, senz’altro più valide di quelle che ti hanno portato a inseguire i game as a service sperperando milioni su milioni, pensando che invece sarebbero stati soldi facili facili.

La decentralizzazione di PlayStation verso un’identità più planetaria appartiene anche ai suoi studi di produzione e ai suoi giochi. Pensate alla generazione PSOne: tra i suoi maggiori successi mi vengono in mente Ape Escape, Crash Bandicoot, Metal Gear Solid, Final Fantasy VII, Gran Turismo, Tekken 3, Tomb Raider. Di questi che ho citato andando solo a memoria, 5 produzioni su 7 erano giapponesi.
Se guardate la lista dei più venduti su PS1, nella top 10 ci trovate 6 giochi giapponesi. E 2 che erano di studi americani (Naughty Dog, nello specifico) che operavano però sotto l’egida di PlayStation. Nella top 10 dei più venduti su PS5, di giochi giapponesi ce ne sono 3 – e tutti i first-party sono occidentali.
L’identità nipponica, in qualche modo, era forte, percepibile: si respiravano le idee e non solamente il bisogno di inseguire il break even. Forse all’epoca nemmeno ce ne accorgevamo, ma oggi che ogni cosa è fatta nella vana speranza di piacere tutti e con il rischio di farsi dimenticare da chiunque, quell’identità si riconosce.
Sarà il modo di inseguire le idee, di intestardirsi nei propri sistemi di gioco, sarà la scrittura dei personaggi o il modo in cui viene gestita la narrazione, non lo so. So solo che, anche senza sapere nome e autori, penso che praticamente ogni giocatore esperto potrebbe distinguere un videogioco giapponese da produzioni europee e americane: basti pensare che il francesissimo Clair Obscur, viste le sue illustri fonti di ispirazione e i suoi sistemi di gioco, tra una baguette e l’altra è stato identificato da molti come gioco di ruolo “à la giapponese”.
Diventando PlayStation-con-sede-in-America e non più PlayStation-con-sede-a-Tokyo, questa identità si è diluita. Un po’ come se fosse scomoda da portarsi dietro per diventare globali e piacere a tutti.
I numeri di certo avranno dato ragione al management: PS4 ha venduto come il pane e anche PS5 va bene, dopotutto. Però è diversa l’immagine. Gli slogan sono diventati dissonanti rispetto alle strategie aggressive.
Tutte le compagnie vogliono fare soldi, ma la PlayStation americana lo ha fatto capire un po’ troppo rispetto a come riusciva a infiocchettare la cosa la PlayStation giapponese, proviamo a metterla così.
Oltre che nella dirigenza e nei piani di marketing, questa ambita conquista dell’Occidente - dove però praticamente la concorrenza diretta di Xbox si è fatta sempre più eterea e inconsistente - si è vista anche nei PlayStation Studios.
A oggi, i team interni di Sony sono:
Bend Studio - USA
Bluepoint Games - USA
Dark Outlaw Games - USA
Firesprite - UK
Guerrilla Games - Olanda
Haven Studios - Canada
Housemarque - Finlandia
Insomniac Games - USA
Malaysia Studio - Malesia
Media Molecule - UK
Naughty Dog - USA
Nixxes Software - Olanda
Polyphony Digital - Giappone
San Diego Studio - USA
San Mateo Studio - USA
Santa Monica Studio - USA
Sucker Punch - USA
Team Asobi - Giappone
teamLFG - USA
Valkyrie Entertainment - USA
XDev - UK e Giappone
Penso che non ci sia bisogno che conti quanti studi giapponesi avete trovato dentro questa lista, vero? E, preciso, non significa che sia un male aprirsi a studi di tutto il mondo: visioni diverse sono arricchenti e possono portare idee bellissime, se il cappello che vi è alla testa lo consente e non preme per anonimizzarle inseguendo i trend.
Ma in questo caso le statistiche dimostrano abbastanza bene che gli Studios sparsi per il mondo hanno coinvolto solo marginalmente il Giappone: se non fosse stato per Team Asobi, perfino lo storico Japan Studio (Ape Escape, Loco Roco, Gravity Rush) sarebbe morto del tutto.
Cosa diventi quando non sei più né te stesso né davvero ciò che stai cercando di inseguire? Una specie di via di mezzo – la PlayStation di Jim Ryan, probabilmente.

Per inseguire la giapponesità, e quindi anche l’appetibilità sul mercato giapponese, Sony si è affidata ad accordi di esclusività temporanea con sviluppatori giapponesi esterni (pensate a Square Enix e ai suoi Final Fantasy VII Remake, Rebirth e Final Fantasy XVI), ha creato rifacimenti di vecchie produzioni nipponiche come Demon’s Souls, ha investito sui second-party come Death Stranding.
Ha guardato fuori per inseguire ciò che non aveva più dentro, in pratica. Il che, anche a fronte di quanto ha speso per acquisire Bungie o per tirare su robe ingiustificabili come Haven Studios, sembra quasi un paradosso.
Il mercato di casa
Questo ricordarsi di essere una compagnia con radici in Giappone non è casuale e di certo punta anche a riconquistare una buona fetta di pubblico nel mercato di casa.
Sappiamo che, di solito, i consumatori giapponesi sono molto affezionati ai loro brand e a quello che propongono: negli ultimi decenni, non a caso, è un mercato che si sono spartite proprio Nintendo e Sony, con Xbox costretta a raccogliere le briciole.
Avete provato, però, a guardare le classifiche locali? Pesco la più recente che ho trovato, ma potrebbe essere quella di qualsiasi altra settimana: nella top 30 dei giochi più venduti, solo 8 sono per PS5. Tutto il resto della chart è occupato da uscite per Nintendo Switch o Nintendo Switch 2. Ed una settimana buona, complici anche Ghost of Yōtei e Battlefield 6: ho visto classifica con 30 giochi su 30 per piattaforme Nintendo, o altre settimane in cui c’erano massimo 1-2 giochi per le console Sony.
Anche le vendite hardware mandano segnali simili: PS5 vende bene, ma i ritmi che riesce a tenere Nintendo sono difficili da emulare. Chissà, magari è anche per questo che si continua a parlare di un futuro ritorno a una PlayStation portatile, visto quanto funziona il modello ibrido…
Nella settimana presa in analisi, PS5 ha venduto meno di Switch 2, di Switch OLED e di Switch Lite, che compongono il podio esattamente in quest’ordine.
Sommando la base installata totale (PS5 + PS5 Pro + PS5 Digital), le statistiche giapponesi parlano di un mercato da qualcosa di più di 7 milioni di unità, a cinque anni dal lancio.
Switch 2 in pochi mesi è arrivata a 2,5 milioni, la base installata totale di Switch (modello base + OLED + Lite) è arrivata a oltre 36 milioni. Se può aiutarvi, PS4 (Pro esclusa, di cui non ho dati specifici) in tutto il suo ciclo vitale è arrivata a circa 7,9 milioni di unità in Giappone: PS5 ha un ritmo migliore, ma comunque lontano dallo strapotere Nintendo.
Per provare ad attrarre più giocatori sul mercato di casa, durante lo State of Play in cui si è ricordata di essere giapponese, Sony ha annunciato una release di PS5 Digital (rigorosamente Digital, in modo che i giochi vadano acquistati solo sul suo PlayStation Store e ai suoi prezzi) a costo ridotto: 55.000 Yen, poco più di 306 euro al cambio attuale.
Si tratta di una versione della console “region locked” a suo modo, dato che non supporta altre lingue se non il giapponese, così da impedire l’importazione a prezzo conveniente anche al pubblico occidentale. Un modo aggressivo di invogliare i giocatori nipponici a entrare nella generazione di PS5, a un prezzo così ridotto, e di incrementare il ritmo delle vendite.
Vedremo se la manovra avrà senso per i consumatori, che come sempre voteranno con il portafogli, ma è evidente che si tratta di un altro tassello nel discorso che facevamo prima: PlayStation sa che deve tornare a essere più giapponese anche per piacere ai giapponesi, e non solo per recuperare un po’ della sua identità. Quanto visto nello State of Play ha messo più in chiaro che mai le sue intenzioni.
Se basterà, o quanto tempo ci vorrà a sovrascrivere quanto fatto nell’ultimo decennio, lo vedremo solo con il tempo. Intanto, se tornare a essere più giapponesi significherà riuscirà a seguire in modo un po’ più convinto il vecchio adagio del “for the players”, penso che sarebbe già un bel passo in avanti.
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