11 giugno 2018. È il giorno in cui venne pubblicato il teaser che confermava l’esistenza, quantomeno nei pensieri di Bethesda Softworks, di The Elder Scrolls VI. Una carrellata in avanti in planata, il tema musicale che riprendeva il motivo della saga e un logo che compariva in dissolvenza. Poi più niente, per otto anni.
Non serve particolare acume, per capire che quell’annuncio fu un errore. Todd Howard disse di aver voluto mettere le mani avanti, che con tutte le svolte mobile e online che Bethesda stava annunciando, lo scopo era mandare un messaggio: facciamo ancora anche i giochi che vi hanno fatto innamorare, state tranquilli.
Solo che poi è arrivato il silenzio. Poi altro silenzio. E poi Starfield. E non so quale delle due cose mi abbia perplessa di più.
Con comodo va bene
Il fatto che gli anni dal 2020 siano stati così particolari fa percepire la distanza dal 2018 al 2026 come ancora più marcata. Non so come sia stato per voi, ma se con la mente provo a riandare al 2018, a me sembrano trascorse almeno tre vite diverse – forse quattro.
Otto anni nei videogiochi sono almeno due ere geologiche. Se torniamo al The Elder Scrolls precedente, Skyrim, quelle ere geologiche diventano anche di più: uscì l’11 novembre 2011. Considerando che, secondo il giornalista Jason Schreier, di TES VI non si parla concretamente prima del 2028, si tratta di 17 anni da un episodio all’altro. E di 10 anni dall’annuncio.
Il che non è un problema di per sé, intendiamoci. Sono una cultrice del “fai le cose con tutto il tempo che ti serve”. A maggior ragione, quando tocchi nomi come questi.
Il problema qua risiede altrove: prima di tutto, nella conferma che quando venne pubblicato il primo teaser davvero del gioco non ci fosse nulla, niente. Solo così si spiega perché ti servono altri otto anni, per quanto complicati (con di mezzo Starfield e il passaggio sotto XBOX) anche solo per un teaser che ci dica che parliamo di The Elder Scrolls VI: Sentinel. Howard era stato sincero: l’annuncio originale era una dichiarazione d’intenti, nient’altro.
E qui entra in gioco il secondo fattore per cui, da grande amante della saga, vado un po’ con i piedi di piombo con TES VI: quanto possono cambiare o rimanere coerenti quegli intenti, in una gestazione che attraversa così tante epoche videoludiche diverse?
Intanto, il mondo…
Una risposta ci arriva da Starfield. L’epopea spaziale di Bethesda Game Studios ci è arrivata come la realizzazione di un loro sogno di lunga data: prendere il videogioco “à la Bethesda” e renderlo interplanetario. Era il 2023, ma sembrava il 2011. Ad alcune sue buone idee di atmosfera e di sistemi di gioco che si sovrapponevano, infatti, Starfield affiancava una vecchiaia autentica, atavica, genetica. Per anni lo abbiamo chiamato Skyrim nello spazio e non ci aspettavamo, una volta uscito, che lo fosse davvero.
Legnoso e abbottonato nelle idee, nel gameplay, nelle reazioni (inesistenti) del mondo di gioco, nell’esplorazione dove la quantità soverchia la qualità. Nella mia recensione, all’epoca uscita su SpazioGames, scrissi che Starfield ti lasciava addosso la sensazione stranissima di un nipote che è identico a suo nonno.
In sintesi, Starfield si amava un po’ come si amava Skyrim, per le stesse identiche cose – ma fatte peggio, e con dodici anni di distanza tra un gioco e l’altro. Dodici anni di idee, progresso di design e tecnologico, che in Starfield erano abbozzate, quasi ignorate: Skyrim nello spazio, all’ennesima potenza. Non ricordo però un singolo momento in cui ho girato per i pianeti di Starfield e ho avvertito quel senso di curiosità e scoperta che invece ha reso infinito Skyrim.
Ecco: con The Elder Scrolls VI questa cosa non si può fare. Non si deve fare, e Bethesda non può non saperlo – soprattutto dopo l’accoglienza abbastanza divisa generata proprio da Starfield. Ma nel 2028, o quando sarà, non puoi presentarti con solo una mappa più grande e ancora gli stessi spigoli e la stessa profondità di Skyrim. O addirittura con una profondità inferiore, come quella dei pianeti ingiustificabili di Starfield. A cui, ricordiamo, ci venne risposto qualcosa tipo che anche sulla luna non c’era niente, ma gli astronauti non si annoiarono quando la raggiunsero. Non commento la cosa per educazione.
“ Ci venne risposto qualcosa tipo che anche sulla luna non c’era niente, ma gli astronauti non si annoiarono quando la raggiunsero”.
Il succo della questione è che The Elder Scrolls VI deve salvaguardare una cosa importantissima che in Starfield si era persa: il senso di scoperta. L’innesco che ti spinge a girare ogni anfratto per vedere cosa succede, che ti fa capire che quel mondo è vivo, che c’è sempre qualcosa da svelare o con cui intrattenersi. La classica sessione da “faccio una passeggiata in Oblivion/Skyrim e vediamo che succede” deve essere ancora il motore di tutto.
Ma, allo stesso tempo, Bethesda non deve mettersi i paraocchi di fronte a quanto sono andati avanti i giochi di ruolo open world in questi anni. Le quest approfondite di The Witcher 3, la caratterizzazione del mondo di gioco di The Blood of Dawnwalker, e soprattutto la profondità ruolistica di stile Kingdom Come Deliverance II non posso essere cose che ti passano in sordina sotto il naso. Non se il punto di riferimento sei tu.

Non bisogna rivoluzionarsi per forza, non bisogna reinventare la ruota quando funziona. Solo, non dare per scontato che la ruota del 2011 debba funzionare ancora, pigramente immutata, nel 2028. Significherebbe essere diventati aridi, proprio nella proposta ludica. Ed è la meraviglia per la proposta ludica ciò che ci portava a esplorare e scoprire ogni angolo del mondo di Tamriel.
Già lo scenario di Hammerfell sarà interessante da approfondire, con i suoi deserti, i popoli Redguard, i rapporti con le forze politiche del continente della saga Bethesda. Dargli memorabilità, anche in quello che ci è permesso di fare controller alla mano, è fondamentale per non ripetere un altro Starfield.
L’opposto, in pratica, di ciò che è stato Skyrim: quindici anni dopo, continuano a giocarci tantissime persone. Solo tre anni dopo la sua uscita, non è affatto lo stesso per Starfield. Secondo i numeri di SteamDB, nelle ultime 24 ore si parla di circa 3.600 utenti attivi su Steam per Starfield, di oltre 32.000 per Skyrim.

Uno scarto mostruoso per un gioco infinitamente più vecchio, ma che aveva da dire molto di più. È proprio su quel concetto, avere qualcosa da dire, che deve costruirsi The Elder Scrolls VI. L’ombra del suo antenato è lunga e pesante, ma deve andare a suo vantaggio.
E lo farà. A meno che, come già fatto anche con il pigrissimo Oblivion Remastered (1.300 giocatori di picco attuale dopo un anno e mezzo, a proposito), anche il prossimo episodio della serie non voglia essere un contentino che vive di rendita. Ma, a quel punto, si finisce per mettere una pietra sopra il valore di Bethesda Game Studios, ancora prima che sulla salute delle sue saghe. E sono piuttosto sicura che non convenga a nessuno.
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