Tutte le anime che sono dentro di noi: la genialità di The Alters
The Alters è orgoglioso di essere un videogame e lo dimostra raccontando in un modo possibile solo nel videogioco: cosa faremmo se potessimo sapere come scelte diverse ci avrebbero cambiato la vita?
“If I could take another turn
my life would never be the same.
If I could get another chance,
today…”
È stato un momento di vero scoramento. Ho pensato che non sarei mai arrivata all’epilogo. In realtà, è un pensiero che mi ha accompagnata fin dall’inizio: un gioco ambientato nello spazio, dove devi raccogliere risorse? Ma figurati se fa per me. Eppure, la premessa narrativa, l’atmosfera, gli autori – tutto mi attraeva così tanto.
In quel momento di scoramento, proprio poco prima della fine, mi sono resa conto di aver gestito male il mio tempo in The Alters. Che, senza fare spoiler, i giorni ancora a disposizione non mi sarebbero stati sufficienti a fare tutto ciò che serviva per far proseguire la storia.
Ho sbagliato priorità, mi sono detta. E ho avuto davanti due strade: riprovare, con un salvataggio precedente, o accettare che non avrei mai visto l’epilogo della mia storia. E non dico mia per iperbole: quella che ho vissuto in The Alters era davvero la mia storia.
Non avrei potuto vederla in nessun video walkthrough su YouTube, non avrei potuto farmela raccontare da nessun altro – perché nessun altro poteva aver fatto le mie stesse cose, il mio stesso viaggio. Era solo mio. E del mio Jan Dolski. Perché le decisioni, tutte le scelte nel cammino, le avevo prese io. Non volevo scoprire il finale della storia e basta: io volevo il finale della mia storia.
Quindi, mi sono armata di un coraggio dolce, spinta da qualcosa che mi irretiva. Di solito, odio fare le cose due volte. Ma qua è stato ludico, stimolante, riprovare era intradiegetico: il punto morto l’ho raggiunto con le mie scelte e io dovevo rimediare, fare qualcosa di diverso, riprovare. Cambiare priorità.
The Alters lo sa ed è per questo che si comporta come un videogioco che è fiero di essere un videogioco, che non deve scimmiottare nessun altro media per darsi un tono o farsi più credibile.
Ed è sempre per questo che è una delle opere narrativamente più significative che ho giocato in quest’anno già così ricco e memorabile.
Questo articolo non include spoiler da The Alters.
Toccherò a grandi linee alcuni dei suoi temi, ma voglio che, chi dovesse scoprirlo solo attraverso questo post, possa vivere il suo viaggio giocando.
Una seconda possibilità
“And though it seems now
anything could be undone
would you be really missing things,
if they were never truly gone?”
Tutti meritano una seconda possibilità. Jan Dolski sta cercando la sua. Non ha avuto una vita facile – ma in fin dei conti chi ce l’ha? È per questo che ha deciso di accettare, di buttarsi in questa follia. Il mondo è messo peggio che mai e se il futuro si può trovare nello spazio, perché non prendervi parte? È un “costruttore”, ci dice il gioco, anche se non ci viene specificato di cosa – e già questa è una bella premessa per il viaggio che ci aspetta.
Jan parte verso un pianeta ignoto, come manovale in una spedizione che deve trovare preziose risorse spaziali che potrebbero cambiare la vita sulla Terra. Purtroppo, niente va come doveva e, ritrovatosi da solo in quella che doveva essere la base spaziale della spedizione, le risorse miracolose Jan effettivamente le trova. E le usa per sopravvivere.
Da solo non ce la farebbe, quindi crea delle copie di se stesso, altri Jan Dolski che popolano la base mobile e lo aiutano nelle mansioni quotidiane, nel disperato tentativo di capire come tornare a casa.
È un po’ come giocare a fare Dio. Sfruttando questa misteriosa risorsa, Jan dà la vita ad altre persone, a sue copie identiche in tutto e per tutto, meno che in una cosa: non hanno vissuto la sua stessa vita. A un certo punto, hanno compiuto decisioni diverse, che li hanno portati a esistenze diverse – e quindi a sensibilità, talenti, specializzazioni, esperienze incredibilmente differenti gli uni dagli altri.
Nel gioco i nostri “fratelli” vengono identificati tramite la loro mansione – il Tecnico, lo Scienziato, l’Operaio, il Medico e via dicendo – ma sono tutti Jan. Siamo sempre noi, il “materiale” di partenza è lo stesso: il figlio di un minatore problematico e violento e della donna che tentava disperatamente di tenere unita una famiglia con poche luci e tanto alcol.
Innaffiando in modo diverso quello stesso seme e quelle stesse radici, sono germogliate piante diverse – ma il loro potenziale era già lì, da sempre. Nel seme, nelle radici, nella terra.
Tutti gli Jan Dolski della base sono a tutti gli effetti Jan Dolski, ma anche persone a sé stanti. Una sorta di prova tangibile di realtà alternative che convergono, ma anche uno specchio affascinante e terrificante: Jan può guardare direttamente in faccia la risposta a tutti gli “e se?” che si è mai posto in vita sua.
Cosa sarebbe successo se…
Ve lo siete mai chiesto? Io sono cintura nera di overthinking.
Cosa sarebbe successo se non fossi impazzita e al terzo anno di università non avessi deciso che non volevo più specializzarmi in lingue, ma in comunicazione? Cosa sarebbe successo se fossi andata a vivere di qua anziché di là? Cosa sarebbe successo se avessi risposto a quel messaggio? Se non fossi salita su quell’aereo? E se invece fossi salita su quell’altro?

Dicono che un battito d’ali da questa parte del mondo in fin dei conti crea un maremoto in un altro emisfero: pensate a quello che può fare se il mare è quello della stessa persona che batte le ali.
È vero, siamo tutti sballottati in un universo troppo grande per essere compreso, che può schiacciarci quando vuole. Nessuno lo sa meglio di Jan, che quell’universo lo vede così bene, da solo su un pianeta radioattivo che prova a cancellarlo. Ma ci sentiamo così, forse, solo perché ci dimentichiamo che sono le scelte, le decisioni anche piccole di tutti i giorni, che costruiscono cosa succede domani. Che ramificano la pianta che siamo.
Quelle di Jan nascono così: un lavoro accettato o uno rifiutato. Andare o no all’università. Rimanere a casa o andare a vivere lontano. Seguire le orme di Papà o fare tutt’altro. Richiamare Mamma o no. Non sono scelte che cambiano il mondo, ma sono quelle che cambiano il suo. Il mio, il tuo che stai leggendo.
The Alters mette in scena questo concetto con una facilità quasi abbagliante: non solo nelle differenze tra gli Jan e i loro temperamenti, ma nel gameplay. È vero che la missione è una ed è chiara: trovare il modo di sopravvivere per capire come tornare sulla Terra. Ma, per farlo, ai sistemi banalmente da survival si sommano quelli di gestione della nostra base – e quindi delle persone che ci vivono dentro. Che sono gli altri Jan.

Una parola giusta o una sbagliata, un desiderio assecondato o no, un momento di svago o costringere al lavoro extra, un dono trovato sul pianeta da dare a uno dei tuoi “fratelli” oppure no: lo Jan originale sviluppa il suo rapporto con gli altri, uno a uno, e il giocatore può monitorare in una schermata come si sentono, cosa pensano, come hanno reagito a come ci siamo comportati.
Le scelte quotidiane e le piccole azioni determinano l’umore nella base. E se è in quella base, che devi sopravvivere, trovare il modo di andare d’accordo, di venirsi incontro, non è un compito secondario.
Per questo The Alters è bravissimo a far sentire il peso delle scelte: sia quelle nei dialoghi a risposta multipla, sia quelle che fanno snodare la storia e che diventano sempre più grigie, affondano nella bioetica, nelle storture dello scientismo, nella distopia delle corporazioni egemoni. È bravo, perché le persone non sono isole e anche le decisioni “di storia” influenzano i rapporti con gli altri Jan, in base alla loro sensibilità e alla loro moralità.
Il gioco è costruito sapendo di avere un grande replay value, ma sposa pienamente il tema che è al suo cuore, il “what if”, perfino nelle finezze di design. Se ricaricate un salvataggio precedente, pentiti di una scelta fatta, vedrete comparire un pop-up con una notifica… interessante.
E, meglio ancora, sui salvataggi un po’ più vecchi (il gioco salva da solo all’inizio di ogni giornata sul pianeta) vedrete che in realtà sono coperti da una dicitura che dice tutto, in caso provaste a caricarli:
«Nella vita, tendiamo a rimuginare sulle nostre decisioni,
piuttosto che a vivere con le loro conseguenze».
Un messaggio che arriva potentissimo, proprio mentre stavate pensando di ricaricare per cambiare qualche decisione appena presa di cui non vi sono piaciute le conseguenze, messo in scena in modo semplicissimo: una scritta su un salvataggio che volevate caricare, mostrato in grigio perché ormai è passato, è dimenticato – insomma, perché sei qui che cerchi di caricarlo anziché convivere con le sue conseguenze e andare avanti?
Tutte le anime
La vita di Jan sarebbe stata migliore o peggiore, se avesse fatto questa o quell’altro cosa, al posto di quelle che invece ha scelto? Difficile a dirsi, perfino avendone l’esito davanti agli occhi e potendo parlare con l’Io di quell’altra vita.
Sarebbe stata diversa, questo sì, ma migliore o peggiore non è misurabile davvero, non c’è un’unità universale per farlo. Ed è la risposta più chiara possibile al nostro vivere in mezzo ai “what if”.
Anche perché il punto rimane un altro: in tutte le diramazioni e le vite alternative, quello è sempre Jan. Sulla base cura i rapporti con i suoi Alter, ma la realtà è che sta curando i rapporti con le sue anime, con il suo potenziale, con se stesso. Sta ascoltando se stesso in tutte le sue possibilità irrealizzate – ma che da qualche parte, dentro lui, c’erano. Hai scelto un ramo, è vero, ma dentro te c’è il potenziale per far germogliare un milione di altre cose.
Ed è solo abbracciando tutte le sue anime che Jan può trovare il modo di sopravvivere: è guardandosi allo specchio e facendo qualcosa che prima non aveva mai ritenuto di poter fare – credere in se stesso.
Cosa sarebbe successo se non avessi cambiato corso all’università? Cosa sarebbe successo se fossi andata a vivere di qua anziché di là? Non ne ho idea. Però so che quello che sarebbe venuto fuori, per quanto magari diverso, sarei stata sempre io. Ed è lo stesso per tutti, per ciascuno dei nostri what if.
L’unico a cui possiamo rispondere con certezza è: “cosa sarebbe successo se non ci fossimo imbattuti in The Alters?”. Sarebbe successo che ci saremmo persi davvero un gran bel gioco, di quelli che al videogame fanno proprio bene.
“Growing up apart we shared
surprisingly common ground,
feeling nothing more than regret
till the coin got flipped around”.
– What If (The Alters Song) - Piotr Musial
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