Un viaggio senza eroe
Il "viaggio dell'eroe" di Edward Kenway è un viaggio... senza eroe. E forse è questo a renderlo interessante.
Quando Assassin’s Creed aveva iniziato il suo percorso, lo aveva fatto mettendoci nei panni di Altaïr: un giovane che, ben presto, metteva da parte le sue ingenuità e si ritrovava a comprendere l’importanza del Credo che dà nome alla saga.
Subito dopo, vestivamo i panni di Ezio Auditore, che probabilmente è ancora oggi il maestro Assassino più famoso e più iconico. Non lo dicono solo i fan, ma anche Ubisoft stessa: se così non fosse stato, non avrebbe dedicato all’Assassino fiorentino così tanto spazio nei vari episodi e nell’economia della lore della saga.
Rispetto a loro, Edward Kenway nel suo viaggio non ha quello spirito nobile. Non è una persona che si converte a “buono” tradizionale, è davvero un criminale che vuole arricchirsi derubando gli altri, per quanto romanticizzi il furto un po’ in stile Robin Hood – con quell’idea, buttata qua e là ogni tanto, di creare un luogo di libertà per i lupi di mare.
Per quanto idealista Edward possa essere, rimane comunque uno che assalta le navi che gli passano accanto per impadronirsi del loro carico, anche se questo può costare vite. E va bene, il gioco ci mostra a più riprese che i coloni sono ben più spregevoli degli stessi pirati: questo però non cambia che possiamo trovarci ad attaccare, per puro desiderio di possedere di più, chiunque ci capiti a tiro.
A modo suo, Edward è un personaggio “piacevole”: è un bullo rissoso, uno che spera di guadagnare abbastanza da dare a se stesso e chi ama la vita dei suoi sogni, ha sempre la battuta giusta per ogni momento, ma non è tradizionalmente un buono. E, men che meno, è un eroe. E, se vogliamo, nemmeno un anti-eroe.
Anche Ezio iniziava il suo viaggio con gli Assassini per grandi congiunzioni astrali, mentre voleva vendicare la sua famiglia. Ma, via via che procedeva, un requiescat in pace alla volta, lo abbracciava.
Per Edward il percorso è diverso: il suo è un viaggio di erosione, più che di costruzione.
Chiama dell’eroe? Quale eroe?
Per lunghissima parte di Assassin’s Creed Black Flag, Edward non è un Assassino: è vestito da Assassino, e non è la stessa cosa. Essendo una persona sempre in cerca del prossimo espediente per fare soldi, ruba l’identità di un vero Assassino, capendo che può essere fruttuosa per farci soldi – dato il manufatto che quest’ultimo trasportava e che doveva consegnare.
Di solito, le storie all’inizio hanno una chiamata dell’eroe verso il viaggio che affronterà. La vita abituale del protagonista viene interrotta da un evento eccezionale, qualcosa lo spinge a intraprendere una missione e questa, di solito, innesca dei cambiamenti quando arriviamo all’epilogo. Che l’eroe sia vivo o morto, qualcosa nell’epilogo deve essere cambiato, evoluto, per dare peso alla storia.
In Black Flag la chiamata è tutt’altro che nobile ed eroica: è Edward che ruba quell’identità e quei vestiti da Assassino pensavo di poterci fare una montagna di soldi. Se vogliamo immaginare che questo corrisponda a una “chiamata” verso il Credo, va da sé che quel richiamo Edward non lo senta proprio. Non lo accetta, né lo respinge: semplicemente non lo tange per larghissima parte del gioco. Non è la sua “quest”, non è il suo percorso.
È una scelta narrativamente interessante perché Assassin’s Creed, con tutte le dovute differenze tra i suoi protagonisti, aveva spesso cercato di porre l’accento sulla centralità dell’abbracciare il Credo, sul farci capire (e farlo capire ai suoi eroi) che ciò che fanno questi signori incappucciati di bianco ha un ruolo chiave nel destino del mondo intero.
In Black Flag, però, quel mondo intero viene volutamente ridotto al microcosmo di Edward, a ciò che è importante per lui. Si vede ancora meglio nel recente Resynced, dove è stata anche tagliata tutta la parte ambientata ai giorni nostri. Il focus è completamente posto sul percorso di Edward, a prescindere da quanto stia abbracciando il Credo, da se lo farà mai, dal perché alla fine un pensierino ce lo faccia.
Abbracciare il Credo oppure no?
In un certo senso, il viaggio di Edward è letteralmente tutto una chiamata verso il Credo: unirsi con convinzione alla Confraternita non diventa l’innesco che dà origine alla grande lotta contro i templari, non è l’inizio – è la fine. Perché Edward è un uomo egoista, fallibile, materialista, ossessionato dai soldi: la chiamata del Credo per lui è l’ultima ed estrema tappa del viaggio, un traguardo a cui si approda per esclusione, non il motore del percorso che viviamo nei suoi panni.
Non è un caso unico, anzi: spesso le storie vogliono protagonisti esitanti. È abituale vedere che l’eroe rifiuta la chiamata prima di venire convinto e, in alcuni casi, abbiamo anche opere videoludiche che lo evidenziano. In Final Fantasy VII, Cloud per lungo tempo si comporta come se non gli importasse niente della sua missione, fintanto che è pagato per compierla.

Mi viene in mente, come eroe riluttante, anche Niko da GTA IV: un protagonista che sa quanti danni fa la violenza, che voleva scapparle e ripudiarla, ma che alla fine accetta di usarla per proteggere se stesso e chi ama. Sia lui che Cloud, in un certo senso, si trovano in contesti in cui non vorrebbero – ma a cui si adattano. O perché capiscono che possono fare la differenza, o perché sanno che è ciò che serve per sopravvivere.
Ma per Edward è più sfumato: lui, proprio idealmente, è estraneo alle lotte degli Assassini. Anzi, a un certo punto del gioco è proprio l’incontro ravvicinato con la Confraternita a ribadirgli che è troppo egoista per essere adatto ad abbracciare il credo.
Per questo è un protagonista che evolve per erosione. Un protagonista che non è un modello – anzi, è un impulsivo che scatena risse in ogni taverna –, che non è perfetto. Che, mentre cerca di compiere un viaggio che lo riempia, che lo arricchisca, che lo faccia crescere, alla fine viene sagomato da ciò che perde, da ciò che lo svuota mentre cercava la sua direzione.
“Edward è un protagonista che evolve per erosione: vive un cammino segnato da ciò che perde, più che da ciò che costruisce”.
E quando erodi, continui a perdere mentre tutto ciò che per te contava era vincere, accumulare, ottenere, allora inizi ad aprirti a svolte, cambiamenti. Eventualmente al Credo. Come un tentativo disperato di darsi ancora un senso – perché tutto ciò che importava fino a ieri forse non ne aveva davvero.
In questo, il viaggio di Edward è davvero diverso. Ricordo che, anche all’epoca dell’uscita originale, molti amanti di Assassin’s Creed fecero notare con perplessità proprio la sua distanza dagli Assassini.
Oggi la saga ha abbracciato di più questa libertà creativa (Kassandra, Eivor…): a volte gli Assassini sono un contesto nello sfondo che fa-succedere-cose, più che il cuore pulsante della vicenda. Ma nel 2013 suonava ancora strano: in cosa sarebbe stato un gioco davvero diverso, Black Flag, se Edward non fosse andato in giro vestito da Assassino? In poco, pochissimo. Il focus è sulla sua vita da pirata. La Confraternita è una “colonna collaterale” della sua vicenda.

Eppure, il suo personaggio è un collante importante nella lore di Assassin’s Creed, per i collegamenti che i suoi discendenti avranno con Assassini e Templari. Altrettanto divisivi, altrettanto fallaci. Altrettanto ambigui.
Dopotutto, le persone sono più interessanti da raccontare dei personaggi. In un certo senso, anche con Edward è così.
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