Ma perché ce l'avete con Ellie?
Al termine di The Last of Us - Parte 2, ho visto molti giocatori delusi da Ellie e che accusavano Naughty Dog di averla "rovinata". Ripercorrendo il suo viaggio nel gioco, continuo a chiedermi perché.
«Ma abbiamo giocato lo stesso gioco?».
Ogni tanto capita di domandarselo, in positivo o in accezione negativa, quando ci si confronta con ciò che qualcun altro ha tratto da un’opera che abbiamo appena vissuto.
È una cosa che spesso trovo stimolante: mi capita di andare in cerca di pensieri, video di gameplay in “blind run”, qualsiasi cosa mi permetta di scoprire come hanno reagito altre persone a qualcosa che mi ha emozionato o che mi è caro.
Non in cerca di convalida o che, di solito da brava sarda sono piuttosto testarda nelle idee che mi formulo, ma per pura curiosità. A me ha emozionato, emoziona anche gli altri? È piaciuto? Ci sono cose che magari non ho notato?
Così, quando giocai The Last of Us - Parte II – un gioco strapieno di metanarrativa soprattutto quando inizia a trascinarsi, proprio come Ellie, alla fine della sezione a Seattle – e vidi scorrere i titoli di coda, mi imbattei in decine e decine di commenti, quattro anni fa. Con il lavoro che faccio, sarebbe difficile il contrario.
Al di là delle critiche senza capo né coda su cosa un autore dovrebbe o non dovrebbe ai suoi fan, che arrivano al punto di “ordinargli” cosa doveva succedere nel gioco secondo loro, odiandolo perché poi le cose non sono andate così, notai un filo conduttore interessante: molti parlavano di «personaggio di Ellie rovinato» proprio per le scelte che la ragazza compie (o non compie) all’interno del gioco, nell’inseguimento della sua sanguinosa vendetta.
Ed è con questo pensiero, uno davanti al quale vale la pena aggrottare le sopracciglia e domandarsi «perché?», che mi sono chiesta con spontaneità se abbiamo giocato lo stesso gioco.
Attenzione! Il post che segue contiene pesanti spoiler dalla saga The Last of Us.
Non proseguite la lettura se non avete completato i due giochi.
Anche perché, se non li avete completati,
che ve ne frega di un’analisi del personaggio di Ellie?
Tu = chi sei da sempre + come reagisci a quello che ti succede
In questi ultimi anni ho scritto un paio di romanzi che hanno per protagonista una giovane giornalista che si chiama Manuela Guerra. Vive una vita tranquilla, fino a quando un sicario la aspetta sotto casa e le spara una pistolettata in fronte, credendola morta. Solo che Manuela sopravvive e, dopo otto mesi di coma, è più che determinata a scoprire perché.
Perché qualcuno è venuto a prendersi sotto casa la stagista di un giornale locale che non ha mai fatto male a una mosca?
Nel cercare di scoprire la verità, quello che è un personaggio che il lettore impara a conoscere come un pezzo di pane – Manuela si preoccupa sempre del bene degli altri, è introversa e insicura più di quanto ammetterebbe, non riesce a fare del male a qualcuno nemmeno per difendersi – diventa pericolosamente grigio.
Per provare a sopravvivere a quello che le sta accadendo, deve adattarsi al linguaggio e ai metodi di chi aveva mandato un sicario a spararle: quella che apriva la finestra di casa per far uscire una mosca perché «non voglio ucciderla» diventa una scheggia impazzita. E il lettore in un certo senso le dà ragione, «dai, cos’altro poteva fare?», anche quando passa la linea: una reazione che ci dice qualcosa su di noi, più che su Manuela.
Il secondo romanzo, che riprende dove era finito il primo, si chiama Aftermath: in inglese, è la parola usata per indicare le conseguenze negative dopo un antecedente catastrofico. C’è l’aftermath di un terremoto, di una guerra, di un incendio. E può esserci anche l’aftermath delle nostre azioni.
Non mi dilungherò oltre, su questo, ma nel secondo romanzo Manuela non ha più paura del sicario o di chi glielo ha mandato: ha paura di quello che ha fatto lei in risposta al sicario e a chi glielo ha mandato. Ha paura delle sue reazioni e di cosa le è successo quando è arrivata al punto di rottura. Del fatto che «non le viveva dentro nessun mostro», scrivevo nel libro: quella che porta fuori la mosca e quella che quasi spara in bocca a un’innocente è sempre lei.

La storia di Manuela è cominciata nel 2021 con l’uscita di Corpo Estraneo (che finii di scrivere nel 2019), ma amo quanto le sue dinamiche in qualche modo somiglino proprio al viaggio di Ellie in The Last of Us - Parte II, che arrivò invece nel 2020.
Perché anche Ellie ha un animo sensibile, ma una grande forza. Anche Ellie arriva al punto di rottura. Anche Ellie non è immune davanti ai suoi grigi e deve pagare sia il conto – carissimo – di quello che non ha potuto scegliere che quello – ancora più caro – di quello che forse ha scelto di fare. Scegli davvero quando sei così disperata che pensi di non poter fare altro?
La Ellie che vediamo in The Last of Us - Parte II si rompe subito, fin dal prologo. Anzi, prima: sta cercando di venire a patti con l’aver scoperto la bugia di Joel e, come vediamo alla fine del gioco, a rendere ancora più tremendo il lutto per la perdita di suo “padre” c’è il fatto che non ha fatto in tempo a perdonarlo, solo a promettersi di provarci.
L’arrivo di Abby, la figlia del medico che Joel ha ucciso per salvare Ellie e che voleva vendicarsi per quella morte, toglie a Ellie non solo l’uomo che l’ha cresciuta: le toglie la possibilità di perdonarlo. Di superare la cosa.
La sua reazione è disperata e umana, purtroppo: ha bisogno di fare qualcosa. Mentre Tommy cerca inizialmente di farla desistere, dicendo che sua moglie Maria non approverebbe mai di lasciarli andare fino a Seattle a dare la caccia a Abby e il suo gruppo, Ellie non ammette replica: andrà a Seattle e li ucciderà tutti uno a uno. Lo ha promesso mentre le ammazzavano Joel davanti, commettendo l’errore di lasciare viva lei. E di lasciare vivo Tommy.
Quel famoso detto ricorda che se parti per una vendetta, scava due fosse. Ellie torna a casa viva (è davvero viva?) dalla sua vendetta, ma per puro caso. E ad Abby di fosse, una volta partita per la vendetta che fa da motore al gioco, in effetti ne sarebbero servite un bel po’.
Siamo il frutto dello scontro tra chi siamo veramente e come reagiamo a quello che ci succede. Ellie reagisce cercando di darsi pace nell’unico modo che conosce in un mondo come quello, dove mentre passeggi con la ragazza che ti piace parlate della prima volta che avete dovuto uccidere: tirando fuori le unghie, i denti e il fucile.
Ma il “come reagiamo a quello che ci succede” non è scolpito nella pietra: è un processo continuo. E quello che succede a Ellie non è solo la morte di Joel, ma quello che lei deve fare per cercare di vendicarlo.
Penso che Death Stranding esprimesse benissimo questo concetto: per eliminare i nemici e sparare, devi usare delle armi che consumano il sangue del protagonista. In pratica, più cerchi di ammazzare gli altri, più si vuota la tua barra vita.
The Last of Us - Parte II non lo mette in scena in questo modo, ma succede esattamente lo stesso: uccidendo Owen, Mel e tutti gli altri, Ellie tira ogni volta anche una coltellata contro se stessa.
Fino al suo nuovo punto di rottura: rimanere bloccata.
Uscire dalla non-vita
Quando è Abby a trovare Ellie nel teatro di Seattle, e non il contrario, lo scontro va nell’unico modo possibile. Per quanto Ellie sia agile, velocissima e letale, Abby è una macchina da guerra. Si è letteralmente costruita negli anni per questo, un corpo forte e titanico che doveva proteggere un cuore di cristallo – affinché un mondo così cattivo, come quello in cui un Joel Miller viene e ammazza tuo padre mentre tu non puoi fare niente, non possa più prenderti in contropiede.
Abby la massacra ed è solo Lev, il bambino che l’accompagna, a farla tornare in sé, per evitare che uccida sia Dina – che peraltro è incinta come lo era Mel – che Ellie.
La vendetta della nostra protagonista si accartoccia come la sua ulna. Poco male, perché stava già decidendo di tornare a casa con Tommy e Jesse. Poi è arrivata Abby, ha ucciso Jesse, colpito Tommy alla testa e quasi ammazzato Ellie e Dina. Ma quasi.

Ellie e Dina tornano a casa, nasce il piccolo JJ – il bambino che Dina aspettava dal suo ex, il defunto Jesse – e la diciannovenne ci prova, ad andare avanti. Gioca con il bambino, si dedica alla vita in fattoria, si prende cura degli animali. I fantasmi però sono ancora tutti lì. Il disturbo da stress post-traumatico è violentissimo e riesce a dissociare Ellie dalla realtà.
Davanti a un agnello che corre via e a una staccionata che sbatte, Ellie vede la testa fracassata di Joel e sente le urla. La violenza che chiama violenza ti presenta il conto. Il rimorso per avere ucciso un bel po’ di persone senza nemmeno essere riuscita a prenderti la vita di Abby (che, anzi, ti ha risparmiata), pure.
Tommy raggiunge casa di Ellie e Dina, miracolosamente sopravvissuto al colpo alla testa sparatogli da Abby. Ha perso un occhio, è piuttosto malmesso, ma è ancora mangiato vivo dalla voglia di vendicare suo fratello Joel. Mentre Ellie si sforza di andare avanti, le racconta di aver scoperto dove potrebbe essere Abby e cerca di spingerla a partire.
Nonostante tutti siano usciti da quel viaggio più morti che vivi, nonostante Ellie stia ancora pagando il prezzo di quello che è successo, Tommy insiste, fa leva sul suo orgoglio, quasi la insulta quando Ellie cerca di tirarsi indietro – al punto da finire per farsi buttare fuori casa da una Dina giustamente incazzatissima.
È uno switch interessante compiuto dal gioco: nel prologo, Tommy cercava di far desistere Ellie, quando era lei che parlava di andare a Seattle a cercare Abby e i suoi amici. Ora invece è lui a cercare di spingerla a ripartire, e a farsi probabilmente ammazzare, pur di chiudere la sua vendetta.
Tommy ha perso suo fratello e infine se stesso: Ellie ha attacchi di panico anche solo stando in compagnia dei suoi animali domestici, figuriamoci se può affrontare ancora una come Abby.

Il senso di colpa su cui l’uomo fa leva, però, alla fine funziona. In preda ai suoi incubi, Ellie decide di partire per Santa Barbara, dove pare che Abby si aggiri, per chiudere quella storia. La donna, quando l’aveva risparmiata, le aveva detto di non volerla vedere mai più.
Quando Dina, disperatamente, tenta di far cambiare idea alla sua compagna, Ellie è già altrove: non mangio più, non dormo più, le racconta. Non è più nemmeno il bisogno di vendicarsi: è la sua non-vita che la spinge a partire. Non sa come cambiarla e spera che chiudere il cerchio possa essere la soluzione che le ridarà serenità.
In questo, come dicevo in apertura, il gioco è molto metanarrativo: quando finisce il capitolo a Seattle – e sia Ellie che Abby sopravvivono – il giocatore tira un lungo sospiro di sollievo. Si è affezionato a entrambe e, idealmente, non vuole che nessuna delle due muoia.
Vedere Ellie a casa con Dina, lontana da Abby, ci illude che sia finita, che possiamo tranquillizzarci. Invece il gioco riparte per Santa Barbara. Si trascina ancora, stanco, arrancante, sfinito. Proprio come Ellie.
Mette un paio di cose in uno zaino, lascia Dina, lascia JJ e lascia casa: deve trovare Abby. Per vendicare Joel? Per provare a lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare a vivere, più che altro. Abby deve morire perché Ellie possa voltare pagina. Devo riportare a zero la fonte di tutto quello che è successo per provare a riprendere in mano la mia vita.
Anche Tommy è venuto a ricordarmelo. Mi ha detto che avevo promesso che l’avrei uccisa. Devo farlo.
Devo farlo. È proprio questo: devo.
Ma voglio farlo?
Il dolore di ritrovare te stessa
Ellie alla fine la trova, Abby. Solo che insieme a Abby ritrova anche se stessa – ammesso che l’avesse mai persa e non avesse solo provato a soffocarsi, inseguendo quella vendetta, strangolandosi con la disperazione e con il lutto per Joel.
Abby è stata imprigionata da un gruppo conosciuto come i “Serpenti”, insieme a Lev. Ellie, dopo aver versato un po’ di sangue di queste persone spregevoli, la trova appesa a un palo e la slega.
Abby è emaciata, irriconoscibile, devastata da mesi di prigionia e malnutrizione. La giovane donna fortissima e nerboruta che l’aveva massacrata a Seattle è un lontano ricordo: adesso a stento si regge in piedi.

Ritrovatasi libera, corre subito ad aiutare Lev e, nonostante la sorpresa per aver riconosciuto Ellie, le dice che ci sono delle barchette ormeggiate lì accanto, con le quali potranno scappare. Probabilmente Abby pensa che Ellie sia finita lì a sua volta come prigioniera dei Serpenti, e non le importa più niente di chi è: i Serpenti sono il nemico comune che può unirle.
E, per come ci è stato mostrato il suo personaggio, so che Abby capisce perché Ellie ha fatto tutto quello che ha fatto: conosce il dolore di perdere un padre in modo così ingiusto.
In una sequenza di gioco paradossale, Ellie la segue. Ci troviamo a seguire Abby che, barcollando, ci porta verso le barchette che dovrebbero salvarci dai Serpenti, consce che non siamo lì per una via di fuga: siamo lì per ucciderla.
Ellie, peraltro sanguinante per lo scontro con i Serpenti, tace mentre le cammina dietro. Il giocatore si domanda cosa stia succedendo e spera, in cuor suo, che il conflitto non ci sia, che il climax dello scontro rimanga quello di Seattle.
Ellie prova a lasciar perdere. È andata fino a lì per Abby e di certo non si aspettava di trovarsi davanti una donna scheletrica che vuole solo portare in salvo Lev. Quando ci prova, però, i fantasmi sono ancora lì. La testa fracassata di Joel sta tornando a casa con lei, nella sua mente.
E allora non ce la fa. Affronta Abby, che rifiuta in tutti i modi lo scontro. Arriva a minacciare Lev per costringerla a battersi. Ma Ellie non ce l’ha davvero con Abby: ce l’ha con la sua vita di merda, con il non aver potuto perdonare Joel. Anche lei capisce perché Abby lo abbia fatto, alla fine.
Quando le due donne si affrontano, ed Ellie attacca con un coltello una Abby disarmata, ancora una volta non vorremmo portare avanti la boss fight, come quando abbiamo sfidato Ellie impersonando Abby a Seattle. Quanto è sbagliato uccidere Abby ridotta in questo stato, disarmata, che non voleva nemmeno difendersi, che deve portare al sicuro Lev?
Il giocatore lo sa. E lo sa anche Ellie.
Quando vince, quando sta affogando Abby, Ellie ha perfino perso un dito nello scontro. È disperata e piange. Abby affoga ma i fantasmi di Ellie nuotano benissimo.
Potrebbe tenerla sott’acqua una settimana intera, ma questo non le restituirebbe niente: il suo ultimo dialogo con Joel sarebbe sempre la discussione dopo il bacio con Dina e il suo non-perdono. Non c’è morte di Abby che possa riavvolgere il nastro e dare a Joel ed Ellie un’altra possibilità.
Ed è qui che Ellie si ritrova. O, per meglio dire, si asseconda. Che è ancora la ragazzina intelligente, empatica e sensibile che abbiamo sempre conosciuto in The Last of Us. Quando ha vinto, quando Abby rantola disperatamente sott’acqua e non ha più le forze di salvarsi, l’immagine di Joel nella mente di Ellie la guarda come avrebbe guardato una figlia.
Ed Ellie la lascia andare.
Allenta la presa, lascia respirare Abby. Piange, le urla di andarsene, disperata, si tiene la mano ferita di cui ha perso l’anulare.

È partita di nuovo per uccidere Abby. Ha finito con il salvarle la vita, liberandola dai Serpenti e lasciandola andare via con la barchetta.
Rileggetelo: Ellie è partita per uccidere Abby e le ha salvato la vita. Nonostante gli incubi, i traumi, quello che ha fatto a Joel, gli insulti di Tommy, Ellie lascia che a vincere sia se stessa e lascia la presa. Fa quello che sente di voler fare e non quello che sente di dover fare.
E questo è quello che per me corona il personaggio, ne mantiene intatta l’umanità nonostante tutto quello che le è successo: Ellie torna a casa e ha perso tutto. Dina se n’è andata con JJ, Joel è morto, Tommy è stato lasciato da Maria ed è corroso dalla voglia di vendicarsi di Abby.
Il dito mutilato in quell’ultimo scontro ora le impedisce perfino di suonare bene la chitarra che Joel le aveva regalato, su cui le aveva dato le lezioni. Segna un altro prima-e-dopo.
Alla fine, esce dalla sua casa abbandonata e lascia la chitarra lì. Un oggetto che l’ha accompagnata simbolicamente per tutto il gioco rimane da solo, abbandonato, mentre l’inquadratura si alza e ci mostra Ellie che se ne va, di spalle a noi. Aveva paura di ritrovarsi sola ed è esattamente così che è, ora.
Ma non ha ucciso Abby, perché non ce l’ha fatta, perché lei non è questo. Non è Tommy e non è Joel. È “solo” Ellie ed è una persona migliore di quella che servirebbe per chiudere questa spirale di vendetta in un mondo di merda che non vorrebbe permetterti di fare prigionieri, dove pensi che i mostri siano i Clicker e invece torni al vecchio ritornello dell’homo homini lupus.
Abby rompe il ciclo della vendetta lasciandola vivere a Seattle, nonostante Ellie le abbia tolto tutti. Ellie lo rompe a Santa Barbara lasciando vivere Abby, per inseguire la quale ha rinunciato a ogni cosa.
Va via lasciandosi alle spalle la chitarra di Joel. I fantasmi e i rimorsi, magari – chi lo sa? Se ne va avendo salvato la vita di chi invece doveva uccidere, per non continuare invece a uccidere chi è sempre stata davvero.
E penso che questo, finalmente, da parte sua sia un gesto eroico: accettare quello che non può più cambiare e non cercare in Abby il capro espiatorio.
Non avrà mai il tempo di perdonare Joel e l’unica cosa che può fare è continuare a vivere senza di lui. Ma non senza se stessa.






Analisi stupenda, condivido tutto!
“Invece il gioco riparte per Santa Barbara. Si trascina ancora, stanco, arrancante, sfinito. Proprio come Ellie.”
Questo passaggio in particolare,mi ha fatto ricordare che TLOU 2 e DS sono tra i pochi giochi che dopo averli portati a termine mi hanno fatto sentire stanco fisicamente - prova che entrambi i game director sono riusciti a far passare il loro messaggio anche oltre la sfera cerebrale.
Questo articolo andrebbe fatto leggere a tutti coloro che non hanno fatto lo sforzo cerebrale necessario per capire che questo non è solo un capolavoro di tecnica e gameplay (cosa su cui tutti sono d'accordo), ma anche di narrativa.
È vero, spesso con certe opere non ci si arriva al primo colpo a discernere a pieno il contenuto, e una seconda possibilità, spesso, è quello che ci vuole. La sceneggiatura non sarà di sicuro esente da difetti ed iperboli tipicamente videoludiche, ma ciò non scalfisce, secondo me, la potenza della sua struttura principale, delle sue fondamenta, e delle sfumature dei personaggi.
Non smetterò mai di ringraziarti per i tuoi contenuti dedicati a questo gioco epocale, Tahva. Grazie e complimenti vivissimi!