Mixtape e la straordinarietà dell'ordinarietà
C'è una leva potentissima che a volte nelle storie dimentichiamo: le emozioni che riescono a rievocare i ricordi universali che tutti abbiamo vissuto. Mixtape se n'è ricordato molto bene.
Quando affrontai What Remains of Edith Finch, un bel po’ di anni fa, non potevo sapere che ci avrei trovato uno dei miei videogiochi preferiti di sempre.
Di recente mi sono dedicata a leggere una raccolta di dietro le quinte di alcuni videogiochi, Playmakers1, curata da EDGE Magazine, e le dichiarazioni del director del gioco, Ian Dallas, mi hanno colpita.
In un segmento dell’articolo, spiega che un punto nevralgico affrontato dal gioco è stato tenere il più semplici possibili le sue meccaniche di gameplay.
Perché? Perché «la maggior parte dei giochi deve costruire sistemi che esplorerai per le prossime due o venti ore. Nel nostro caso, è un qualcosa che, se sei fortunato, esplorerai per una decina di minuti al massimo».
Mi sono resa conto di quanto sia vero: di solito, i videogiochi costruiscono i loro core gameplay loop, ossia delle meccaniche che, pur ripetendosi, danno un senso di compimento, di crescita, di progressione. Edith Finch non funziona così: dal momento che racconta la storia di Edith che torna alla casa di famiglia, determinata a scoprire perché i Finch muoiano tutti prematuramente, è strutturato come un’antologia di storie che convergono.
Nei vari spazi, si innescano i ricordi e le vicende dei parenti della protagonista, scopriamo cosa gli è successo, o cosa pensavano, cosa immaginavano, cosa li affliggeva. Per una manciata di minuti, con un gameplay che si reinventa di continuo per ciascuno di loro.
Mixtape mi ha fatto rivenire in mente tutto questo, perché fa esattamente la stessa cosa. E non solo: proprio come What Remains of Edith Finch, si ricorda che spesso le storie più straordinarie sono quelle che toccano le corde ordinarie delle nostre noiose, regolari, sovrapponibili e per questo verissime vite vissute.
Le storie di quando dicevamo “per sempre” e ci credevamo davvero.
La vita normale
Quando sei adolescente è molto difficile realizzare che quello che stai vivendo è un pezzetto della tua vita, una specie di ponte tra momenti diversi, e non la tua vita intera. Conta, più che altro, che quella è la tua vita ora – e ogni cosa che la popola è importantissima: le uscite, le amicizie, la musica vissuta come una religione, i compiti da fare, gli amori. Tutto vissuto con la quinta marcia inserita anche in curva, perché ti sei appena affacciato alla vita e te la vuoi mangiare.
Mi ha incuriosito come il team australiano dei Beethoven & Dinosaur, capitanato da Johnny Galvatron, abbia scelto di raccontare proprio questo. In Mixtape non ci sono nemici da sconfiggere, combattimenti da affrontare, grandi intrighi da risolvere.
Non a caso, per questo vedo già molti che si prodigano a dire che «non è neanche un videogioco», che è uno «stupido walking simulator» e quelle altre amenità che scrivono i giocatori con il patentinodagamer™ per squalificare qualsiasi meccanica in cui non devi prevalere su qualcun altro, ma semplicemente vivere un percorso.

Tutto quello che c’è in Mixtape è un gruppo di tre adolescenti che passano insieme la loro ultima serata, perché il tempo passa “e non importa quanto stretto lo teniate” (come direbbe Final Fantasy VIII), e la nostra protagonista il giorno dopo partirà per cercare altrove il suo futuro. Non è costretta da nessuno, è una sua scelta: lasciare gli amici le spezza il cuore, ma la vita sta andando avanti, il domani non piove dal cielo, i sogni vanno inseguiti. E niente è per sempre.
Mi ha fatto venire in mente l’ultima sera trascorsa con le amiche prima che, molti anni fa, mettessi il mare tra me e loro per continuare i miei studi a Milano. So che sarà lo stesso anche per voi: anche senza trasferimenti di mezzo, magari, ma semplicemente nell’idea dei giorni che passano e che rosicchiano via le ore a disposizione per stare insieme.
La simbiosi con cui si cresce nell’adolescenza diventa via via una concessione mentre ci ritroviamo impegnati a fare altro – ed è la migliore delle ipotesi. È come se non avessimo più tempo per le persone che sono state il centro della nostra vita quando la vita non sapevamo nemmeno ancora cosa fosse. E in un certo senso è così, perché da adulti poi scopriamo che tempo ne abbiamo a malapena per noi stessi.
Ma Mixtape lo sa: la serata d’addio dei suoi protagonisti è un collage di ricordi degli anni che hanno vissuto insieme, di deliranti scorribande lungo la città, di quell’eroico aiutarsi a vicenda degli adolescenti che sanno che l’hanno fatta grossa – ma se non ora, quando?
Al di là degli eccessi che non tutti abbiamo vissuto – chi vi scrive è una persona convintamente astemia, quindi non sono mai stata l’anima della festa, diciamo così – Mixtape costruisce la sua narrazione sulla forza dei ricordi universali, che ci uniscono in quanto esseri umani. La complicità degli amici, la musica onnipresente che guai a chi me la tocca, quel primo bacio a metà tra curiosità, imbarazzo e vago disgusto.
Per ogni ricordo il gioco costruisce una breve sequenza con meccaniche di gameplay che si reinventano o si mescolano: sfrecciare sullo skate, fluttuare con la forza della musica e dell’immaginazione che innesca, sfogare la rabbia immaginando la città che esplode, scattare foto nel modo più buffo possibile. L’effetto Edith Finch è fortissimo – e funziona. Via via che il gioco prosegue, ti domandi cos’altro si inventerà, mentre ti accorgi che quel ricordo avrebbe potuto essere il tuo.
Non perché abbiamo avuto tutti la stessa adolescenza, ma perché abbiamo avuto tutti quelle tappe. Quelle promesse di rimanere insieme per sempre. Di esserci nonostante tutto, tutti e la vita adulta che ci si metterà di mezzo. Abbiamo vissuto un po’ tutti la stessa forma e l’abbiamo colorata con la nostra sostanza.
“L’effetto Edith Finch è fortissimo – e funziona. Via via che il gioco prosegue, ti domandi cos’altro si inventerà, mentre ti accorgi che quel ricordo avrebbe potuto essere il tuo”.
Relatable
Qualche mese fa, chiacchierando con un collega, mi disse di essere rimasto sorpreso da quanto Clair Obscur: Expedition 33 avesse fatto presa emotiva sulle persone con la sua scrittura. Mi disse che ci sono giochi di ruolo che affrontano temi ben più impegnati e impegnativi, anche politici, a cui non viene dato lo stesso riconoscimento.
Gli risposi che non è questione di essere impegnati e impegnativi, ma di vicinanza al vissuto delle persone.
Parlare di fratelli, sorelle, di genitori, di perdita di una persona cara è universale. Non devi far capire alle persone che quello che stai raccontando ha un peso emotivo, perché tutti conoscono già quel peso emotivo. Sono esperienze che tutti conoscono, che hanno vissuto realmente, che ritrovano non indagando al di fuori, ma guardandosi dentro. Non è geopolitica che studi su un libro: sono relazioni, o a volte cicatrici, che ti porti dentro e ti rendono chi sei.
Vale lo stesso anche per Mixtape. L’efficacia di raccontare l’ordinarietà senza doverla rendere epica, senza doverci costruire sopra chissà quale contorno straordinario per renderla interessante, è un grande tributo alla legittimità di essere solo persone normali, in un’epoca in cui essere ordinari e dimenticabili sembra quasi un delitto di mancate ambizioni.
I tre adolescenti di Mixtape sono solo tre adolescenti. Io e il mio gruppo eravamo solo dei ragazzetti a malapena maggiorenni. Era lo stesso per te che stai leggendo.
Per ogni mirabolante cazzata compiuta dai personaggi del gioco, ciascuno di noi ha sogghignato pensando a qualcuna che gli è capitata davvero. A quel litigio con i genitori che non volevano che rientrassi così tardi, al fatto che solo gli amici capivano come ti sentivi. Gli stessi amici che magari ora sono dall’altra parte del mondo perché la vita è andata avanti. Sei passato alla prossima traccia. Come in Mixtape.
Abbiamo un sacco di ricordi universali perché, pur nelle ribellioni dell’adolescenza, con i capelli strambi, i jeans strappati, la musica a palla e qualsiasi altra cosa andasse per la maggiore nelle nostre rispettive epoche, abbiamo tutti il minimo comune denominatore di essere persone, cresciute in società che si somigliano. In cerca del proprio posticino nel mondo. Convinti che ogni qui e ora si traducesse automaticamente in un per sempre. In una mano che se ti ha tenuto una volta non dovrebbe lasciarti più. Adulti estranei che da adolescenti sapevano tutto gli uni degli altri.
E c’è un ricordo dentro ogni canzone di quegli anni che finisci per riascoltare, un’immagine che puoi rievocare. Mixtape questo lo rievoca benissimo: l’adolescenza di Rockford, Slater e Cassandra è quella di tutti. Siamo andati tutti avanti, anche se un pezzettino di cuore è rimasto lì, in quelle prime volte e in quel senso di sorpresa e di unione che porca-miseria-se-fa-la-forza.
Il retrogusto più bello, però, è quella della straordinarietà dell’ordinarietà. Dell’epicità dell’avere così tanta voglia di vivere una vita normale – così normale che tutti ci abbiamo ritrovato qualcosa di nostro. Eppure guarda che entusiasmo. Che ingenuità, che immaginazione. Che sogni.
Li abbiamo davvero lasciati lì, insieme a quegli amici, mentre la vita andava avanti?
Videoludens è un magazine senza periodicità, dedicato alla narrazione nei videogiochi, alla game culture e alla games industry.
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Playmakers: The Inside Stories of 30 Iconic Videogames, EDGE, 2026, p. 198





