Un'isola di videogiochi (parte II)
Com'è la quotidianità del creare videogiochi in Sardegna? Quali sono i limiti e le opportunità che stanno emergendo? Me lo sono fatto raccontare da chi lo fa.
La Sardegna crea videogiochi. Probabilmente non è la prima cosa che vi viene in mente quando pensate alla nostra isola, eppure tra le tante sue caratteristiche è anche una culla per i creativi del videogame.
Ve lo avevo raccontato già qualche mese fa, quando ho lasciato il microfono ad alcuni di questi autori, per fare in modo che vi presentassero le idee che stanno portando avanti, i loro progetti appena arrivati o in gestazione.
Solo che quei progetti a volte devono scontrarsi con limiti che non hanno a che vedere con le idee di per loro, ma con le difficoltà imposte dall’essere circondati dal mare.
Lo scorso mese di aprile, IIDEA e la Sardegna Film Commission hanno tenuto a Cagliari un’interessante riflessione, “L’industria del videogame in Sardegna”. Il nome è auto-esplicativo: finalmente, qualcosa si muove per capire come strutturare, supportare e far crescere la nostra industria, che per geografia ha degli svantaggi unici – diversi da quelli di qualsiasi altra regione.
E se la Sardegna perde già decine di talenti proprio perché l’insularità, in un Paese come il nostro, in realtà non fa rima con futuribilità, è importante che riesca invece a far attecchire le radici di un business come il videogioco. Che, nell’epoca del lavoro a distanza, permette di collaborare anche stando lontani, anche senza incontrarsi; ma che, allo stesso tempo, conta enormemente sul networking. E quel networking se sei in Sardegna diventa più difficile.
Come raccontavo su Repubblica.it, i dati ufficiali ci dicono che i videogiochi in Italia rappresentano a oggi un business da $2,38 miliardi di euro. È evidente che, con un mercato del genere, si parli anche di occasioni professionali importanti. Ma lo sanno anche le istituzioni, che stanno cercando di oliare gli ingranaggi.
Come riportato anche da RAI News, l’assessore per l’Industria della Regione Sardegna, Emanuele Cani, durante l’incontro di aprile ha sottolineato come si importante «da un lato sostenere queste imprese emergenti, dall’altro lavorare sulla promozione, affinché possano affermarsi e presentare i propri prodotti a livello internazionale».
Supporto anziché ulteriori difficoltà (amministrative, burocratiche, ad esempio) e soprattutto rimedi contro l’insularità. Sarebbe una bussola sensata da seguire, perché sono le stesse criticità che mi hanno evidenziato gli sviluppatori sardi, quando ne ho parlato con loro.
ℹ️ Un’isola di videogiochi è un approfondimento suddiviso in due parti: nella prima parte abbiamo visto i dettagli dei progetti, di come sono nati, dei percorsi che hanno affrontato.
Il mare di mezzo
Le difficoltà logistiche degli spostamenti sono state indubbiamente il tema più citato da tutti i team con cui ho parlato. È cristallino: se essere presenti agli eventi di settore è importante, per molti team che si trovano sulla penisola esserci significa prendere l’auto o il treno. Per i sardi, significa prima di tutto raggiungere un aeroporto – con la continuità territoriale che non solo continua a dimostrarsi inaffidabile (e lo dico da persona che in continuità ha volato tanto – troppo! – nel corso degli anni) e che in ogni caso copre solo le tratte su Roma e su Milano. Tutte le altre destinazioni sono affidate al prezzo di mercato, oppure al fatto che ti arrangi a raggiungerle via terra una volta sbarcato nella penisola.
«Una difficoltà importante riguarda gli spostamenti per partecipare agli eventi di settore. Per esempio, se già costa parecchio per un italiano andare alla Gamescom a Colonia, diventa una spesa ancora più onerosa per un sardo che deve prendere un volo in più. Oppure, per andare al First Playable a Firenze dobbiamo necessariamente prendere un volo, mentre la maggior parte dei colleghi si muove in macchina o in treno» mi conferma Francesco Laddomada, game designer di Studio Pinkaro, co-fondatore di Sardinia Game Scene e divulgatore del videogioco in Sardegna.
Anche Stefano Piras, fondatore di Megalith Interactive Studios, evidenzia proprio nella raggiungibilità degli eventi la criticità più evidente: «tra le varie difficoltà, forse la maggiore sta nell’accessibilità agli eventi, resa complessa per via della distanza colmabile solo tramite volo».
«Questo comporta tutta una serie di svantaggi, tra cui quello appunto di non poter essere presenti alle fiere ed eventi vari che si svolgono in tutta Italia – e farlo ha un costo importante (ogni volta arrivare in aeroporto, volo, mezzi, pernottamento eccetera). Questo credo sia uno degli aspetti principali del nostro mondo videoludico, ovvero ‘esserci’, esistere anche al di fuori del contesto digitale, e quindi coltivare e maturare conoscenze, amicizie, collaborazioni, discutere diverse visioni, scambiare esperienze ed in generale tutto ciò che alla fine il nostro mondo ha sempre fatto: unire le persone».
Si può fare, chiaramente, ma con l’eccezionalità di trovarsi su un’isola – di cui, mi permetto di aggiungere, spesso a livello nazionale ci si ricorda solo a luglio e agosto – le spese fioccano e diventa complicatissimo non mollare o semplicemente non emigrare altrove. «Noi siamo andati avanti a fiere ed eventi» mi racconta Piras, «ma ti posso assicurare che riesco a farlo solo sacrificando letteralmente ogni cosa della mia vita, e non dovrebbe essere così. La regione dovrebbe fare qualcosa di più a riguardo».
“Per esempio, se già costa parecchio per un italiano andare alla Gamescom a Colonia, diventa una spesa ancora più onerosa per un sardo che deve prendere un volo in più”.
– Francesco Laddomada, Sardinia Game Scene & Studio Pinkaro
Anche ZERO Software, software house al lavoro sul prototipo Project Saved Memory, sottolinea questo aspetto e il fatto che ai sardi sia richiesto un costo extra per un puro svantaggio geografico: sui rapporti con l’esterno della Sardegna, infatti, «si percepisce comunque una sorta di barriera, enfatizzata sicuramente dalla condizione geografica. I social, i mezzi di comunicazione dell’internet in generale, le fiere e gli eventi nella penisola compensano in parte, ma persiste la sensazione di dover fare uno sforzo in più per raggiungerli» mi spiegano.
Paolo Vanali, a capo del premiatissimo progetto Oh, for Bugs’ Sake!, sottolinea a sua volta come lo spostarsi sia a volte addirittura proibitivo: «a me piacerebbe sicuramente farmi il giro delle fiere nazionali ed estere per avere uno spazio con cui pubblicizzare il gioco – ma, dato che ci troviamo su un’isola, anche solo gli eventi nel continente possono risultare proibitivi sul breve termine per quanto riguarda i costi».

«Nel pratico, l'unica occasione che ho avuto finora per far conoscere il gioco all'estero è stata proprio dovuta all'essere arrivati primi alle semifinali [della Game Jam Plus, ndr] e, conseguentemente, aver ricevuto un viaggio in Polonia con volo e alloggio pagato dall'organizzazione della Game Jam Plus stessa. Stesso discorso per il viaggio in Brasile per le finali». In quel caso, insomma, il supporto è arrivato da fuori dall’Italia, poiché comunque uno spostamento aereo sarebbe stato necessario per chiunque arrivasse dall’estero, che fosse da Cagliari o da Milano.
Appurato, quindi, che con sorpresa di nessuno il mare può imporre limiti importanti quando la continuità territoriale è parziale e, paradossalmente, a tratti discontinua, altri due elementi chiave citati dagli autori videoludici sardi sono la possibilità di lavorare a distanza e l’importanza di fare networking tra di loro.
Fare gruppo
Quando, lo scorso anno, il quotidiano La Nuova Sardegna ha intervistato Andrea Piano – veterano dell’industria sarda e fondatore (con il già citato Francesco Laddomada) di Sardinia Game Scene, Piano ha descritto alla perfezione il bisogno di aiutare i nostri conterranei a fare gruppo.
In Sardegna ci sono circa 200 persone che lavorano creando videogiochi, ma in molti casi le une non sapevano dell’esistenza delle altre. «Nel 2017 siamo rientrati dall’estero e ci siamo accorti che in Sardegna c’erano tanti professionisti attivi, ma la cosa che ci ha colpito è che non si conoscevano tra loro» raccontò Piano, in quell’occasione.
E anche questo – l’isolamento “professionale”, non solo quello dettato dal mare – crea delle difficoltà. Me lo confermano i membri di ZERO Software: «vivere in Sardegna può far sentire, beh… isolati. Le difficoltà principali risiedono nei primi passi, nel cercare di capire dove guardarsi, cosa fare e ci si sente un po’ persi all’inizio».
A volte, come nel loro caso, viene in soccorso l’incontrarsi durante dei percorsi universitari, ma è pura aleatorietà: potresti incontrare qualcuno con cui formare un team e poi muoverti nello sviluppo, come no.
Aiuterebbe, ad esempio, avere degli spazi di supporto specifici, dei punti di incontro per creare dei veri e propri hub dell’industria videoludica sarda. «Nonostante siamo un team piccolo distribuito principalmente in Sardegna (chi a Cagliari, chi a Quartu Sant’Elena, chi a Gonnosfanadiga), dobbiamo lavorare in remoto e ci vediamo in genere una volta a settimana» mi racconta Laddomada, in merito ai lavori di Studio Pinkaro.
«So che per molti lavorare in remoto è un punto a favore nel 2026, ma noi in realtà saremmo molto contenti di lavorare insieme in uno stesso ufficio, magari con altre persone che lavorano ai loro progetti in questo settore, in modo da aiutarsi e contaminarsi a vicenda.
Ovviamente uno potrebbe dire ‘beh se volete un ufficio, pagatevelo come fanno tutti’ – ma, se penso all’università (gratuita) dove ho studiato a Copenhagen, lì c’erano sempre degli spazi per lavorare insieme ai propri progetti (accessibili anche di notte e nel fine settimana). Oppure mi vengono in mente tanti acceleratori che ti forniscono uno spazio dove lavorare, oltre che ad altri tipi di supporto/mentorship».
“Se penso all’università (gratuita) dove ho studiato a Copenhagen, lì c’erano sempre degli spazi per lavorare insieme ai propri progetti, accessibili anche di notte e nel fine settimana.”
Effettivamente, gli spazi accademici potrebbero essere una soluzione. Nel frattempo, sono nate diverse iniziative come quelle della stessa Sardinia Game Scene e IGDA: il Beer to Peer, ad esempio, è un evento informale periodico che permette agli autori di videogiochi di far provare i loro titoli a chi vuole presenziare e ad altri sviluppatori, creando un vero e proprio punto di networking. Un modo, insomma, per evitare che quei 200 professionisti a cui facevamo cenno si ritrovino a non sapere l’uno dell’esistenza dell’altro.
Sono piccoli grandi passi che funzionano, come testimonia Giovanni Marcia, programmatore di Red Sky Games al lavoro su Two Sides of Hell. «Questo è un settore difficile in cui emergere sull’isola, ma grazie al contributo di realtà come Sardinia Game Scene, IGDA e dei professionisti, si sta costruendo qualcosa di importante».
Christian Sanna, nome dietro 2020Lab Studio e autore di A Lighthouse Tale, sottolinea anche l’importanza di avere uno spazio espositivo per i giochi indie in una fiera rilevante come il Giocomix, che ogni anno a fine marzo raduna a Cagliari migliaia e migliaia di appassionati. «Trovo che il bello del mondo indie sia proprio la possibilità di riuscire nei propri progetti pur essendo un pinco pallino che vive in un paesino di duemila abitanti» mi confida.
«Ma questo non toglie che avere un buon networking faccia la differenza e, in questo, realtà come Sardinia Game Scene stanno facendo la differenza. Il Giocomix di quest’anno era per me la prima occasione di esporre un mio gioco al pubblico e ho in programma già altri showcase sul territorio. Questo sicuramente aiuta a creare una rete di contatti e conoscenze che, in un modo o nell’altro, possono sicuramente darti quella marcia in più, non per forza a livello esecutivo, ma anche a livello di crescita personale e del progetto».
Chiaramente, per uno sviluppatore che fa team da solo la criticità del capire dove radunare la propria squadra quando ancora non si hanno i fondi per esserlo, una squadra, non sussiste.
Dario Meloni, 3D artist di Stone Shelter (CTRL-U Testing Facility), ad esempio, quando gli domando se ha riscontrato particolari occasioni o criticità dal creare videogiochi in Sardegna, mi risponde in modo diretto: «le difficoltà principali sono derivate dalla poca praticità del dover lavorare collaborando con ‘basi’ sparse in tutto il Paese. In compenso essersi abituati ad usare strumenti per il lavoro da remoto ci consente adesso di poter lavorare in modo snello ed efficace con membri praticamente in ogni parte del mondo».
Il lavoro remoto aiuta tantissimo, anche se non è facile capire come strutturare le cose quando non ci si può vedere su base quotidiana, insomma.
“È sempre a casa che voglio tornare”
Si stanno muovendo passi importanti, allora, per far migliorare le cose: che sia con le iniziative di Sardinia Games Scene e IGDA, con maggior attenzione sul territori da parte di IIDEA con la Sardegna Film Commission, il videogioco nell’isola non può continuare a rimanere solo un miraggio. Anche perché, se così fosse, spingerebbe ancora una volta ai talenti sardi di scappare altrove per cercare la loro strada.
«Siamo una regione ancora troppo acerba sull’argomento, incapace, almeno per il momento, di vedere i videogiochi come un’industria seria: le istituzioni ci immaginano ancora nella cameretta di casa dei nostri genitori mentre ‘smanettiamo’ per creare i nostri giochini» ragiona con me, amaramente, Paolo Vanali. «Dobbiamo impegnarci per stravolgere questa visione da cima a fondo».
Pregiudizi che ancora esistono e sono verissimi, e che impediscono in tutto il Paese – Sardegna compresa – al videogioco di fiorire ai ritmi e livelli visti in altre parti d’Europa, dove è stata colta al volo l’occasione lavorativa e industriale offerta da quest’industria.

Stefano Piras, a tal proposito, ha le idee chiarissime – ancora di più dopo gli ottimi riscontri avuti dal suo IDILI. «Per quanto la situazione pare sia in evoluzione, fare impresa in Sardegna, in qualsiasi campo, è… un’impresa. Le istituzioni tardano ad ascoltare e nel mentre si rischia sempre di dover andar fuori perché qui mancano gli investitori (sicuramente qualcuno c’è, ma non venture capital, business angel e simili che abbiano a che fare con la sfera tech, men che meno publisher)».
«Inoltre, mancano le aziende: se pensi che Megalith è una delle principali in Sardegna per i videogiochi, nonostante esista da due anni, già ti fa capire un po’ di cose, specialmente se consideri che andiamo avanti con le nostre forze, e non è così che fai impresa. E, mancando le aziende, mancano i professionisti. Qui per professionisti intendo non persone skillate nella programmazione, nella 3D art e affini, ma parlo delle persone professionalizzate, non solo appassionate.
Qui in Sardegna abbiamo circa 180 professionisti di cui il 50% lavora e il resto sono appassionati. Di questo 50%, circa meno di un quarto fa impresa e il restante è assunto da altre software house. Il risultato è che sul territorio non c’è un numero importante di figure professionalizzate e non c’è nemmeno la possibilità di professionalizzarsi, visto che mancano le aziende. Se seguiamo l’esempio dell’Emilia Romagna vediamo che non a caso l’automotive li funziona. Sono tutte lì. Lo stesso funziona con il resto delle cose, compresi i videogiochi».
“Mancano le aziende: se pensi che Megalith è una delle principali in Sardegna per i videogiochi, nonostante esista da due anni, già ti fa capire un po’ di cose, specialmente se consideri che andiamo avanti con le nostre forze, e non è così che fai impresa. E, mancando le aziende, mancano i professionisti.”
– Stefano Piras, Megalith Interactive Studios
Si finisce così in uroboro dove è difficile avere dei professionisti nell’isola, se non riescono a stabilirsi realtà nell’isola. E finisce che, in assenza di realtà che possano affermarsi se fondate da zero, o accoglierli se già esistenti, i talenti virano altrove.
Solo poche settimane fa, L’Unione Sarda citava il rapporto Mete per parlare di “tramonto della Sardegna”: in soli vent’anni l’isola ha perso 85.000 abitanti e oggi il 28,1% di una popolazione di 1.554.490 abitanti è costituito da over 65. Un’emorragia accentuata anche dai problemi che abbiamo trattato in questo articolo, dato che vivere in Sardegna significa rimanere spesso esclusi dalle possibilità offerte da ciò che c’è al di là del mare – che per noi è estremamente più oneroso da raggiungere.
«Le persone che emigrano di certo non sono anziani in cerca di terre lontane» prosegue Piras, «purtroppo sono per lo più quelle potenziali risorse da professionalizzare (i cervelli, che tutti continuano a chiamare così senza curarsi del fatto che dietro a quei cervelli ci sono persone, sentimenti, e lo dico da ex emigrato). Se continuiamo così ci estingueremo in un centinaio di anni – e la cosa non è che mi piaccia tantissimo».
Sarebbe un delitto, anche perché la Sardegna pur essendo geograficamente svantaggiata ha dalla sua il costo della vita. Vivere qui costa molto meno che vivere a Milano. Me lo conferma anche Piras: «la verità è che qui ci sarebbero le condizioni per poter costruire qualcosa di davvero speciale, perché in fin dei conti qui si vive bene e i costi della vita, sia personali che operativi, sono inferiori rispetto alla media italiana ed europea. Pensa quanto potremo essere forti nell’ outsourcing, considerando che a parità di qualità qui io ho un terzo delle spese, che si traduce in un costo del servizio offerto inferiore rispetto alla concorrenza.

Immagina quanto potrebbe essere fertile la Sardegna, con un ciclo di programmazione decennale, se si danno spazio e opportunità alle software house per esistere, crescere e attirarne di già strutturate, così che i percorsi di studio portino i nostri giovani (e non solo) ad avere in casa dei posti dove fare tirocinio – e quindi professionalizzarsi già subito dopo la scuola. Permetterebbe non solo di essere inseriti da subito nel mondo del lavoro, ma di farlo qui, senza dover andar via perché costretti, o in caso di avere l’opzione di tornare senza sacrificare la propria vita e/o carriera costruita altrove. Qui si potrebbe creare un hub in stile OGR di Torino, o in stile StartUp Madeira» spiega, alludendo ai vari incubatori e acceleratori per le imprese e l’innovazione.
Piras mi cita l’esempio della sua Monolith Studio, che in un anno e mezzo ha ricevuto oltre trenta curriculum – sia da giovani freschi di studio, sia da professionisti del mondo AA e AAA in cerca di realtà più a misura di essere umano, o intenzionati a tornare in Sardegna. Non solo: lui stesso ha ricevuto richieste da parte di scuole per ospitare tirocini dei loro studenti. «Magari potessi» scherza però, «ma dove li metto? In soggiorno?».
Il punto però è che l’interesse c’è. E se c’è quello, se c’è il germoglio, il resto si può e si deve fare. «È una riprova del fatto che le possibilità ci sono, l'interesse c'è, serve solo che ci mettano nella condizione di fare il nostro lavoro».
La Sardegna spesso viene descritta come una regione solitaria, di persone non proprio avvezze alla chiacchiera, estremamente pratiche. Come immaginerete, non siamo (solo) questo: è anche una culla di artisti, di ingegno. E di persone estremamente legate alla loro terra. Un ritornello dice che “puoi togliere il sardo dalla Sardegna, ma non la Sardegna dal sardo”. Avendo vissuto per diversi anni al di là del mare, mi sento di poterlo confermare.
È per questo che dobbiamo trovare il modo di far crescere i talenti del videogioco sardo nella loro terra: perché anche questo aiuterebbe a darle un futuro – e perché nessuno tiene alla Sardegna quanto chi c’è nato.
«Sono davvero molto focalizzato sul cercare di stare qui, sto combattendo. Qui ci sto bene, c'è la mia famiglia, i miei amici e affetti, i miei cibi preferiti, il clima, le spiagge, le montagne, gli animali, tutto. Non mi frega nulla di stare altrove a vivere, l'ho già fatto» mi dice Stefano Piras.
«Amo viaggiare e mi sento un cittadino del mondo, però poi alla fine è a casa mia che mi piace tornare. E casa mia è la Sardegna».
Casa nostra è la Sardegna. Rendiamola un’isola di videogiochi.
➡️ Grazie per aver letto la parte II di Un’isola di videogiochi!
Se ti piacciono questi contenuti leggi anche la parte I, dove i team sardi mi hanno presentato i loro videogiochi.
Videoludens è un magazine senza periodicità, dedicato alla narrazione nei videogiochi, alla game culture e alla games industry.
Se ti piace quello che leggi e vuoi supportare il mio lavoro, puoi farlo tramite Ko-Fi o acquistando il mio libro. Grazie! 🫶🏻




